La vera condanna eterna è la nostra
Nessun raptus d’impeto, nessuna attenuante di fronte alla violenza cieca e alla lucida pianificazione di un delitto che ha sconvolto la Capitale. Dopo sole tre ore di camera di consiglio, i giudici della Corte d’Assise di Roma hanno tracciato l’ultimo capitolo giudiziario per la morte di Ilaria Sula, la giovane studentessa dell’Università La Sapienza assassinata nel marzo del 2025: ergastolo per Mark Antony Samson.
Il collegio giudicante ha recepito integralmente il quadro probatorio presentato dalla Procura, infliggendo il carcere a vita al giovane — rimasto nella sua cella al momento della lettura del dispositivo — e riconoscendo la piena aggravante della premeditazione oltre al reato di occultamento di cadavere.
Il piano di sangue in via Homs e l’ombra del possesso
L’atroce sequenza che è costata la vita alla ragazza si è consumata tra le mura dell’abitazione in via Homs, nel quartiere Africano, dove Samson risiedeva con i familiari.
Ilaria, dopo aver trascorso la serata con l’ex fidanzato, aveva deciso di fermarsi a dormire da lui per l’assenza di collegamenti notturni. La mattina seguente, la trappola si è chiusa: la giovane è stata prima tramortita a colpi di pugno e poi finita a coltellate.
I tentativi dell’imputato di far passare l’aggressione come un’esplosione incontrollata di gelosia — innescata dalla visione di alcuni messaggi sullo smartphone della ragazza — si sono infranti di fronte alle perizie informatiche condotte dai periti. Un messaggio inviato ad un amico nei giorni precedenti all’omicidio aveva già svelato le sue reali intenzioni: «O torna con me oppure la uccido».
Un’evidenza che ha portato il pubblico ministero Maria Perna a definire Samson un soggetto «manipolatore, ipocrito e abituato a mentire», mosso dalla pretesa di esercitare un controllo totale sulla vita della ex compagna.
Dopo l’aggressione mortale, il ragazzo si è adoperato per cancellare le tracce di sangue — avvalendosi dell’aiuto della madre, finita a processo per concorso in occultamento —, ha stipato il corpo di Ilaria all’interno di un trolley e lo ha abbandonato sul fondo di una scarpata a quaranta chilometri da Roma. Un cinismo proseguito anche nelle ore successive, quando il giovane si è concesso una pausa per pranzare in una piadineria come se nulla fosse accaduto.
Il dolore dei familiari e la memoria dei compagni di università
La tensione dell’aula si è sciolta nelle lacrime di commozione dei familiari e dei tanti amici presenti, molti dei quali hanno indossato magliette bianche con il volto di Ilaria.
Tra i banchi del pubblico anche una delegazione di studenti della Sapienza, che ha voluto consegnare ai genitori della vittima una lettera per testimoniare come il ricordo della ragazza continui a vivere nella comunità accademica.
Al termine dell’udienza, le parole del padre di Ilaria, Flamur Sula, hanno fotografato il peso di un lutto che nessuna sentenza potrà mai cancellare:
«È stato stabilito un punto fermo e la giustizia ha fatto il suo corso, ma la vera condanna all’ergastolo la sconteremo io e mia moglie per il resto dei nostri giorni. Lui continua a respirare, mia figlia non c’è più. Ringrazio chi non ci ha lasciati soli in questo cammino».
Accanto a lui, la madre Gezime ha rivolto un appello accorato al rispetto verso le donne: «Alle ragazze bisogna offrire amore e tutela, mai violenza. Ora mi auguro soltanto che Ilaria possa finalmente riposare in pace».
La nota del Campidoglio: “Impegno fermo contro la violenza di genere”
Sul verdetto è giunta anche la presa di posizione formale di Roma Capitale attraverso le parole dell’assessora alle Pari Opportunità, Valeria Baglio:
«La pronuncia della Corte d’Assise restituisce una risposta forte alla richiesta di verità della famiglia e della città, segnata da un delitto barbaro e inaccettabile. Questa sentenza non può essere considerata un motivo di festa, perché una giovane vita è stata spezzata per sempre. Il nostro pensiero va ai genitori di Ilaria per la dignità dimostrata. Riconoscere il valore della sua memoria impone alle istituzioni l’obbligo di moltiplicare gli sforzi sul piano della prevenzione, affinché nessuna donna debba più rischiare la vita per aver rivendicato la propria libertà».
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