Cultura

la storia vera fa più male del film di Garrone



Nel 2024, Dogman di Matteo Garrone è tornato al cinema in extended version, con l’aggiunta di scene inedite. Ma la vera storia che ha dato origine al pluripremiato film è ancora più inquietante di quanto raccontato sullo schermo.

Nel 2024, a distanza di 6 anni dalla sua uscita nelle sale, Dogman è tornato al cinema in una nuova extended version. Il film di Matteo Garrone, già acclamato a livello internazionale, è stato riproposto con l’inserimento di scene inedite non presenti nella versione originale, offrendo uno sguardo ancora più profondo sulla vicenda del protagonista e sul mondo cupo in cui si muove.

Presentato a Cannes 2018, Dogman ha vinto il premio per la miglior interpretazione maschile a Marcello Fonte, ha ottenuto 9 David di Donatello e 3 European Film Awards.

La trama di Dogman: Marcello in una periferia senza redenzione

Ispirato liberamente a un fatto di cronaca nera avvenuto circa trent’anni fa, Dogman racconta la storia di Marcello (Marcello Fonte), un uomo mite e riservato che vive ai margini di una periferia sospesa tra degrado urbano e spazi quasi desolati. Marcello gestisce un piccolo salone di toelettatura per cani e conduce una vita semplice, divisa tra il lavoro e la cura della figlia Sofia (Alida Calabria). La sua quotidianità, però, è segnata dal rapporto ambiguo e sempre più tossico con Simoncino (Edoardo Pesce), un ex pugile appena uscito di prigione, temuto da tutti per la sua violenza e la sua instabilità.

Tra umiliazioni continue e una crescente sensazione di impotenza, Marcello finisce per cedere alla pressione e diventa complice dell’uomo, coinvolto in una spirale di piccoli crimini che sconvolgono l’intera comunità. Il legame con Simoncino, fatto di paura e sottomissione, lo trascina sempre più lontano dalla sua identità, fino a portarlo a tradire tutto ciò che aveva di più caro. Quando la situazione degenera, Marcello si ritrova solo, costretto a fare i conti con le proprie scelte e con un desiderio di vendetta sempre più difficile da controllare.

La storia vera del Canaro della Magliana, il caso che ha ispirato Dogman

Dietro il personaggio di Marcello si nasconde una figura realmente esistita e un caso di cronaca nera che ha sconvolto l’Italia alla fine degli anni ’80 e che continua ancora oggi a lasciare una scia di interrogativi. Si tratta del cosiddetto Canaro della Magliana, al secolo Pietro De Negri, toelettatore di cani in una zona periferica di Roma, da cui deriva il suo soprannome. Il 18 febbraio 1988 attirò nel suo negozio l’ex pugile Giancarlo Ricci, uomo temuto nel quartiere e responsabile, secondo diverse testimonianze, di continue vessazioni ai suoi danni.

Leggi anche Dogman: la vera storia del Canaro della Magliana

A innescare la spirale di violenza furono una serie di episodi di umiliazione e soprusi: un furto mai davvero chiarito, un’aggressione alla figlia di De Negri e persino un gesto violento contro il suo cane. Elementi che, sommati a una situazione personale già instabile, portarono a una vendetta destinata a segnare la cronaca nera italiana. Il giorno successivo all’incontro, il corpo di Ricci venne ritrovato in una discarica della zona Portuense. Le condizioni in cui si trovava (l’assassino lo aveva mutilato e gli aveva dato fuoco, lasciando intatti i polpastrelli). alimentarono per mesi una narrazione dai contorni sempre più cupi e controversi, alimentata dallo stesso De Negri in fase di interrogatorio, in cui raccontò una versione dei fatti tremenda, fatta di sevizie estreme, e davvero difficile da riferire.

Successivamente, però, emerse una ricostruzione diversa: molte delle violenze descritte non trovarono riscontro, e parte del racconto venne ridimensionato o smentito dagli accertamenti, che indicarono una dinamica molto meno “teatrale” rispetto alla confessione iniziale. Dopo l’arresto, De Negri fu condannato a 24 anni di carcere e ne scontò circa 16, tornando poi alla sua vita lontana dai riflettori. La sua vicenda rimane uno dei casi più discussi della cronaca italiana, al confine tra realtà, percezione e mito criminale. Nel film di Matteo Garrone, però, l’obiettivo non è la ricostruzione puntuale dei fatti, ma l’esplorazione di un mondo fatto di fragilità e dipendenza psicologica, trasformando la cronaca in una parabola sull’umanità ai margini.



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