la storia di Cédric Sapin-Defour
Il volo era la loro dimensione naturale, lo spazio sconfinato dove Cédric e Mathilde si sentivano invincibili e in armonia assoluta. A bordo del loro camper attraversavano il mondo per scalare montagne e poi lanciarsi nel vuoto con il parapendio, cullati dalle correnti termiche. Fino a un maledetto pomeriggio d’agosto, quando il cielo sopra la Valle Aurina si è trasformato in un incubo. Oggi, l’alpinista e scrittore francese Cédric Sapin-Defour — diventato un caso editoriale clamoroso in patria con quasi un milione di copie vendute per Il suo odore dopo la pioggia — ha deciso di mettere a nudo il trauma più grande della sua esistenza. Lo fa nel suo nuovo libro, Dove cadono le stelle (Salani Editore), e in un’intervista a Sette del Corriere della Sera, dove ripercorre l’incidente della moglie Mathilde, il baratro del coma e la lenta, insperata rinascita.
Lo schianto tra i boschi e la disperata corsa contro il tempo
Tutto si consuma il 12 agosto 2022 a Punta Henne, a 2.475 metri di quota, sopra Riobianco. La dinamica del dramma è scolpita a fuoco nella memoria di Cédric. Dopo la salita in vetta e il decollo con il parapendio, l’alpinista si volta per cercare con lo sguardo la compagna di cordata e di vita, aspettandosi di vedere la sua vela stagliarsi nell’azzurro. “E invece la ritrovo laggiù, cento metri più sotto, un mucchio indistinto di colore sulle rocce di granito. Non ci sono segni di movimento”. In quell’istante di puro terrore, l’istinto di sopravvivenza e l’addestramento dell’alpinista prendono il sopravvento sull’emotività che minaccia di paralizzarlo. Capendo di non poterla raggiungere direttamente in volo, Cédric compie una scelta lucida e drammatica: atterra più a valle, nell’unico punto in cui sa di avere copertura telefonica per chiamare l’elisoccorso. Si libera dell’imbracatura e inizia una corsa forsennata in salita, attraverso i boschi impervi. Oltre un’ora di fatica disumana, scandita da un silenzio atroce, senza sapere se la donna che ama sia ancora viva.
Il coma, le ossa frantumate e le promesse infrante
All’ospedale di Bolzano, il referto medico è un bollettino di guerra. Mathilde ha il braccio ridotto a frammenti (che andrà tenuto insieme con supporti metallici esterni) e quasi tutte le costole fratturate. Ma il nemico più insidioso è un grave politrauma diffuso, culminato in un’emorragia cerebrale. Inizia così la lunga notte del dubbio: vita o morte. Seguiranno giorni in cui Mathilde respira, ma è “viva ma assente dal nostro mondo“. In quei corridoi asettici, Cédric si trova a fare i conti con le convinzioni di una vita intera, certezze maturate quando la salute sembrava incrollabile.
“Le certezze che abbiamo davanti al camino con un bicchiere di vino tra le mani vengono meno nel momento in cui ci si scontra con la realtà. Ci eravamo promessi che nel momento in cui l’esistenza di uno dei due avesse rischiato di essere sminuita, l’altro lo avrebbe lasciato andare liberamente. Quando mi sono trovato in quella situazione ho però capito che lei ci voleva provare e che anche una vita con una Mathilde in sedia a rotelle che doveva tornare a imparare a parlare sarebbe stata pur sempre vita”.
Le notti nel van, il pensiero del suicidio e un tatuaggio salvifico
Mentre i medici avvertono che i danni cerebrali potrebbero aver cancellato la Mathilde di un tempo (Tornerà a camminare? Riuscirà ancora a parlare? Potrà di nuovo sorridere?), Cédric vive come un fantasma nel piazzale dell’ospedale. Dorme nel loro van, solo, schiacciato dal peso di un dolore inconcepibile. L’idea di farla finita inizia a farsi strada nella sua mente. A salvarlo dal baratro è l’empatia inaspettata di uno sconosciuto.
“Avevo anche meditato al suicidio qualora le cose fossero andate male. Poi ho incrociato l’uomo che gestiva un baretto in una roulotte. Mi ha detto una parola: ‘Auguri‘. Non sapevo cosa mi stesse dicendo in italiano, ma il modo con cui me lo ha detto, l’intensità del suo sguardo e il gesto disinteressato mi hanno dato coraggio”. Quella parola, oggi, è diventata un enorme tatuaggio che attraversa la schiena di Cédric, dal collo ai lombi. Un promemoria indelebile di quando l’umanità di un estraneo lo ha trattenuto sull’orlo del precipizio.
Il risveglio: le prime parole e la necessità di scrivere
I primi deboli segnali di ripresa sono solo vibrazioni impercettibili. Poi, il miracolo della scienza e della forza di volontà. Mathilde si risveglia dal coma, confusa, ferita, ma viva. E le sue primissime parole lasciano Cédric senza fiato: “Mi chiese: ‘Come va il nostro Loulou?’. Pensavo fosse un effetto dell’incidente, Ubac (il loro cane, ndr) era morto da 5 anni. Invece intendeva proprio il libro a lui dedicato: voleva che lo scrivessi a tutti i costi, mi ha detto che era importante. Quello su Ubac non doveva neppure esistere perché dopo l’incidente avevo interrotto la scrittura. Non mi importava più. Ma ho visto la sua emozione quando le ho mostrato la bozza della copertina e ho capito che quel libro le stava già facendo bene”.
Durante tutto il periodo del coma e della spossante riabilitazione neurologica e fisica, Cédric non aveva mai smesso di scrivere. Un racconto crudo, minuzioso, senza filtri. Appunti presi non con l’idea di pubblicare un romanzo, ma per ancorare Mathilde alla realtà: “L‘ho fatto per lei che aveva dimenticato tutto. Per farle vedere cosa era stata in grado di fare. È nata come una lettera d’amore, si è trasformata in un racconto su quello che ci era successo”.
Oggi, quel racconto è sotto gli occhi di tutti. La vita di Cédric e Mathilde non è “la copia perfetta di quella di prima”, ma, come dice lui stesso, ci sono mani che si stringono ancora e un cuore che batte. L’estate successiva al dramma sono tornati in Romania col loro camper. Lì hanno adottato un cane di strada, Luden, il loro nuovo “Loulou”. Sono andati a ritirarlo al rifugio in un giorno non concordato, dettato dal caso. Era il 12 agosto. Esattamente un anno dopo il tuffo nel buio, la luce era tornata a splendere.
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