Liguria

La scazzottata, la fuga per recuperare il coltello e il dietrofront per vendicarsi: dalle telecamere la sequenza del tentato omicidio di via XII Ottobre


Genova. Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere Ahmed Lahmar e Xhejson Abdullaj, i due 19enni accusati di tentato omicidio in concorso per aver accoltellato un genovese di 21 anni la notte del 2 aprile, ma dall’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Marco Malerba emergono i dettagli dell’aggressione che solo per pochi centimetri non ha avuto un esito mortale e che si è svolta in due fasi nettamente distinte, tanto da spingere il pm Fabrizio Givri a parlare di un delitto premeditato.

Il litigio era cominciato tra i due giovani stranieri e l’amico della vittima dentro il locale Casa Mia: l’italiano li accusava di avergli strappato una collanina perché li aveva visti nel bagno dei maschi con la sua collana in mano, anche se non aveva visto chi gliela avesse strappata. Non appena i toni si erano alzati il buttafuori della discoteca aveva messo tutti e tre alla porta e lì, fuori dal locale, il 21enne che sarà poi colpito alla schiena con perforazione del polmone, aveva trovato l’amico che litigava con gli altri due. Ne era nata una scazzottata che sembrava essere finita lì.

I due stranieri si erano allontanati e i giovani italiani erano andati dalla parte opposta per cercare una fontanella e ripulirsi la faccia.

Ma l’albanese e il tunisino in realtà erano andati a cercare un’arma, come mostrano le telecamere di sorveglianza che hanno ripreso passo passo i loro spostamenti. Gli occhi elettronici di Città sicura. incrociati dagli investigatori della squadra mobile con quelli di alcune attività commerciali,  li inquadrano mentre da via XII ottobre scendono correndo per svoltare in via Vernazza fino a passo Montale. Lì li attende un uomo che consegna al tunisino un coltello marca Crivit, un coltello da trekking con una lama fissa da 10 cm, venduto in una nota catena di supermercati.

Difficile che l’incontro sia casuale, più probabile che chi consegna l’arma sia stato chiamato da uno degli indagati. A prendere in mano l’arma, con la sua custodia è Lahmar che, insieme ad Abdullaj, ritorna sui suoi passi per andare a cercare i due italiani e in particolare il 21enne che durante la prima fase della rissa si era picchiato proprio con lui. Esattamente sette minuti dopo la fine della prima lite quindi i due giovani stranieri si scagliano contro di lui: prima l’albanese  lo butta a terra e lo prende a calci in faccia, poi il tunisino gli sferra la coltellata alla schiena. Poi i due si allontanano vedendo arrivare un’auto della vigilanza privata.

E sempre grazie alle telecamere, oltre che alle descrizioni del 21enne e del suo amico,  nel giro di poche ore gli investigatori della mobile, coordinati da Carlo Bartelli e Antonino Porcino, individuano i responsabili. Il percorso del tunisino viene seguito passo passo fino all’abitazione, in zona porta Soprana, dove era ospitato da un connazionale. Viene identificato e perquisito. In un armadio ci sono i vestiti utilizzati nell’aggressione. E’ lui che fa il nome del complice e mostra le sue foto su instagram agli investigatori dicendo fra l’altro che è stato l’albanese a sferrare la coltellata, anche se l’amico della vittima dice l’esatto contrario. Anche il giovane albanese viene raggiunto e perquisito nella sua abitazione in Valpolcevera: anche a lui vengono trovati i vestiti che indossava la notte precedente. Abdullaj dice ai poliziotti di aver gettato il coltello in una campana del vetro in via Buozzi, dove effettivamente viene ritrovato

Per il pm il tentato omicidio sarebbe premeditato proprio perché gli aggressori si sono allontanati per procurarsi un’arma per poi andare a colpire il 21enne, ma il gip ha escluso l’aggravante della premeditazione sostenendo che visto il breve arco temporale trascorso tra il recupero dell’arma e l’aggressione si può parlare solo di una “mera preordinazione del delitto”, non essendoci prova del fatto che i due “abbiano ideato il proposito criminoso in maniera radicata e quello sia rimasto costantemente nella loro psiche fino all’attuazione” come richiederebbe l’aggravante.

La custodia cautelare in carcere è per il giudice tuttavia l’unica misura idonea a contenere la “logica profondamente criminale” di cui i due indagati hanno dato prova e l“altissimo livello di pericolosità sociale nonostante la giovane età”.

Per quanto riguarda la rapina invece il gip spiega che non ci sono elementi sufficienti a dire che siano stati loro ad averla commessa per cui non è sostenibile la richiesta di custodia cautelare. Il fermo non è stato convalidato perché il pericolo di fuga dei due, trovati nelle loro abitazioni senza elementi che potessero far pensare che stessero per fuggire, ma adesso devono rimanere  in carcere.




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