La questione ebraica di Arnold Schönberg di Francesco Scoditti

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– Raccolta di lettere inviate dai visitatori
di Francesco Scoditti
– Settembre 2026
Un’analisi attenta della vita del compositore austriaco Arnold Schömberg (Vienna, 13 settembre 1874 – Los Angeles, 13 luglio 1951) non può esimersi dal cogliere quanta importanza abbia avuto l’esperienza spiritualistico-religiosa nell’evoluzione artistica del musicista viennese, esperienza a dir poco tormentata e lacerante, vissuta come contrasto dialettico fra le contraddizioni dell’uomo moderno, la realtà del mondo storico con i suoi meccanismi perversi e i dettami del Dio inflessibile degli Ebrei. Il sentimento religioso intervenne in maniera preponderante nell’attività compositiva di Schömberg soprattutto dopo gli anni ’20, quando il Maestro era ormai molto vicino all’Ebraismo e incominciava a vivere sulla propria pelle “l’emarginazione dell’ebreo”, definendo le sue prime posizioni sioniste, contemporaneamente all’avvicinarsi della tragedia nazista. Nato da famiglia ebraica convertita al cattolicesimo, il musicista molto presto si era avvicinato al protestantesimo, a dimostrazione di una religiosità quasi mai vissuta serenamente, ma sempre avvertita come una esperienza impegnativa e non convenzionale.
Il contrasto fra l’interesse per la riflessione teologica e la necessità di coinvolgersi nel proprio momento storico, non rappresentò solo una questione di ordine etico, poiché l’artista doveva ben comprendere se indirizzare la propria attività creativa, in particolare la produzione teatrale, verso argomenti puramente spirituali o verso le contraddizioni della vita moderna.
Ma gli eventi e soprattutto le circolanti teorie antisemite convinsero il compositore ad impegnarsi ed assumere una precisa posizione sulla questione ebrea. Nel 1924 Schömberg rompeva gli indugi, auspicando apertamente la ricostruzione del regno ebraico; da qualche tempo il musicista era convinto che gli Ebrei potevano salvarsi solo abbandonando i vari contesti sociali, spesso estranei alla loro cultura, dove essi si erano inseriti con difficoltà, per cercare nelle proprie radici e nell’unità politica la migliore maniera di esistere con dignità. Schömberg sapeva bene, avendolo provato egli stesso, come l’ebreo sin da ragazzo fosse costretto ad accorgersi di appartenere ad un mondo culturalmente e religiosamente assai diverso da quello degli altri; conosceva lo sforzo di doversi assimilare ad una società lontana dalle proprie tradizioni, imitando le mode ed i caratteri “corrotti” della società occidentale. Fu per questa somma di motivi che il compositore, negli anni critici, operò intensamente per cercare di realizzare una emigrazione di massa degli Ebrei dalla Germania, progettando la fondazione di un centro di raccolta semita. Abbandonata Berlino nel 1933, egli tenne comizi e discorsi alla radio, fondò in Francia un giornale, preparò un programma “in quattro punti” per l’Ebraismo, dove esortava il mondo a concentrare tutte le forze per salvare il suo popolo e promuoveva il progetto di creare un nuovo grande partito sionista, primo passo verso la costruzione della nazione ebraica.
Nel 1926 Schömberg aveva scritto la commedia Der Biblische Weg (La via della Bibbia), non destinata ad essere musicata ma concepita per il teatro di prosa. Il testo era imperniato sulla figura di Aruns, personaggio inventato ma che, in realtà, rappresentava il padre del movimento sionista, Theodore Herzl. Nato a Budapest nel 1860, Herzl fu intellettuale e commediografo e, quale corrispondente a Parigi del giornale viennese “Neue Freie Presse”, si occupò con fervore dell’affare Dreyfus, profondamente colpito dall’ondata di antisemitismo che quel caso aveva rivelato al mondo. Nel dramma di Schömberg Aruns vuol fondare una nuova Palestina e sceglie la terra di Ammon in Africa, così come Herzl aveva ipotizzato, come nuova patria degli Ebrei, l’Uganda. Ma egli si trova ad affrontare subito un problema etico e politico allo stesso tempo: è ancora possibile fondare una comunità religiosa e statale di tipo arcaico-autoritario quale quella degli antichi Padri? Per affermare la propria esistenza un popolo deve mantenersi unito, in pace ma potente; per Aruns la potenza è raggiungibile solo attraverso la sicurezza economica e la tecnocrazia, la macchina dello Stato, cioè, capace di garantire la pace e la sovranità del popolo. Solo dopo aver raggiunto l’unità politica e burocratica, si potrà procedere all’educazione ed elevazione etica della comunità, nel rispetto della forte componente religiosa, tipica del mondo ebraico. Il discorso di Aruns in tal senso ai giovani è esplicito: gli Ebrei sono destinati a soffrire poiché sono eletti a conservare, per tutti i tempi, la vera idea di Dio, l’inesorabile, puro e severo concetto che esiste un Dio unico, eterno, invisibile ed irrappresentabile. Aruns riesce a realizzare il suo progetto politico, la fondazione di un nuovo Stato ebraico; si rivolge, quindi, al teologo Asseino, rigoroso ed autoritario personaggio, perché risolva il problema etico fondamentale della realtà politica appena creata. L’organizzazione legislativa, il diritto di questa novella Palestina dovrà fondarsi sull’adesione assoluta ai principi biblici dettati dalla tradizione o dovrà adeguarsi alle necessità della società moderna? La gente di Israele, secondo gli antichi scritti, è stata scelta da Dio per svolgere una funzione speciale tra i popoli; il suo Stato deve ancora fondarsi sull’osservanza del patto di alleanza con il Signore e ad esso vincolarsi? Il popolo ebraico deve uniformare i suoi ordinamenti ai rigorosi precetti biblici oppure può scegliere altre vie di organizzazione politica, più flessibili e moderne? Su quest’incognita si scatena, tra conservatori e innovatori, una sorta di guerra civile che porta, tragicamente, alla morte dello stesso protagonista, ucciso dalla furia popolare. Il successore di Aruns appare subito deciso verso la strada dell’ortodossia assoluta: la via giusta del sionismo è “la via della Bibbia”, la via dell’Antico Testamento. Il popolo ebraico non può che seguire le proprie ferme radici religiose e su quelle fondare l’intera esistenza, anche politica, poiché l’ebreo osservante vive “da ebreo” tutta la sua esistenza.
Molti anni dopo, nel Sopravvissuto di Varsavia, il musicista esprimerà questo stesso pensiero in uno straordinario episodio di tensione etica; nel momento più drammatico del racconto del sopravvissuto, mentre il sergente tedesco urla e conta i destinati alla camera a gas, l’antica preghiera, il canto dimenticato, lo Shema Yisroel sorge spontaneamente, come dal caos, dall’abisso. La certezza del futuro è nella fede nella giustizia e presenza divina; Shema Yisroel, il profetico canto “Ascolta Israele” diventa ragione di vita, supporto nel dramma, dopo che l’orgoglio della ragione materialista ed utilitaria lo aveva fatto dimenticare agli Ebrei sparsi nel mondo.
Francesco Scoditti
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