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la nuova biografia che getta luce su un elemento sempre poco considerato

Nel saggio Il teatro di Mussolini. Fascismo, arte, politica (Garzanti, 2026), che mi è accaduto di citare recentemente, la storica Patricia Gaborik si pone fin dall’inizio la domanda delle domande: “in che modo rapportarsi al fatto che molte fra le più brillanti personalità della cultura indossarono la camicia nera?” (p. 37).

Possiamo provare a rispondere servendoci della bella biografia di Luigi Pirandello (Io Pirandello, uomo del caos, Rizzoli, 2026) che ha appena pubblicato una specialista del calibro di Annamaria Andreoli, attuale presidente dell’Istituto di Studi Pirandelliani, dopo essere stata direttrice della Fondazione “Il Vittoriale degli Italiani”.

Si tratta di un lavoro brillante e documentatissimo, che riesce a far luce su certe zone d’ombra della vita privata del grande drammaturgo, anche grazie all’accesso alle lettere scambiate dalla famiglia: in particolare, lui stesso, Antonietta, la moglie “matta”, e i figli Stefano, Lietta e Fausto. Ma anche il padre Stefano e, ovviamente, l’attrice Marta Abba, che entra impetuosamente nella vita di Pirandello alla metà degli anni Venti per non più uscirne.

Diciamo subito che, se il creatore mantiene intatta la sua aura di geniale originalità, l’uomo ne esce invece piuttosto malconcio: perennemente scontento e incline all’autocommiserazione, rancoroso e malpensante, a poco altro interessato al di fuori di se stesso e della sua arte. In linea, peraltro, con la sua massima fin troppo citata: “La vita o si vive o si scrive”.

Tuttavia, con il successo e la ricchezza, arrivati tardi, emergerà quello che Andreoli chiama uno “‘scontorto’ vitalismo”, che ovviamente si esalta nella passione sfrenata per Marta, con tanto di periodiche minacce di suicidio, in una relazione in cui vita e arte arrivano quasi a coincidere. Al punto che il drammaturgo riesce, da un lato, a considerarsi il suo vero padre (c’erano 33 anni di differenza: “tu sei la creatura mia”) e, nello stesso tempo, il padre delle creature che l’attrice (che non sarà mai madre) metteva al mondo sulla scena, interpretando i personaggi ideati per lei.

Ma il piatto forte della biografia sta appunto nell’approfondimento del rapporto fra Pirandello e il fascismo. Quella del drammaturgo siciliano non fu un’adesione di convenienza, come nel caso di tanti altri intellettuali ed artisti. No, egli fu fascista convinto, grande ammiratore del Duce, di cui criticava tuttavia tentennamenti e mediazioni. Insomma un estremista: “Schierato […] con l’ala intransigente, repubblicana e laica, più movimento che partito politico, Pirandello si colloca a fianco dei militanti che considerano Mussolini un moderato da sostituire se verrà meno agli ideali rivoluzionari” (p. 159).

Nell’autunno 1924, egli arriva a definire “un mediocre politicante” il deputato socialista Giacomo Matteotti, assassinato pochi mesi prima, e rimprovera il Duce di averne fatto “una specie di Anti-Mussolini”. Per poi aggiungere minaccioso: “Qualunque cosa possa e voglia fare Mussolini, il Fascismo attingerà le sue mete. Perché esso non è un partito politico guidato da una o più volontà verso questo o quell’obiettivo: è un fenomeno storico che, con o senza Mussolini, raggiungerà per fatalità di eventi i suoi fini” (p. 160).

L’anno seguente, si vanterà di essere stato fascista ben prima dell’avvento del Fascismo, fin dai moti siciliani del 1893! Non stupisce, a questo punto, che Pirandello fiancheggi senza esitazione (come D’Annunzio, peraltro) le iniziative del Regime nel 1926, anno della svolta totalitaria: “L’opposizione è stata annientata, il dissenso soppresso, posto fuori legge. Si profila il ‘Tribunale speciale’ per i crimini contro lo Stato e la sua difesa” (p. 191).

L’anno dopo, sul Tevere (diretto dall’amico e corregionale Telesio Interlandi), dichiara: “Io sono fascista, perché credo soltanto nella creatività dei singoli e non in quella delle masse” (p. 192).

Ugualmente non sorprende che tali convinzioni politiche resistano alle delusioni professionali, su tutte il fallimento del progetto di un Teatro di Stato a lungo promesso dal Duce a Pirandello, alla censura che non fa sconti nemmeno a lui e alla convinzione, al solito esageratamente vittimistica, che in Italia il suo teatro venga boicottato e comunque non riconosciuto come all’estero. Per non parlare della spinta di Mussolini verso lo spettacolo di massa, ovviamente en plein air, che manco a dirlo trova contrarissimo il futuro premio Nobel.

E tuttavia, fino alla fine, pur avendo scorto nel tempo i gravi limiti della persona, non rinuncerà a coltivare il mito del Duce. Nell’autunno 1935 (morirà il 10 dicembre dell’anno successivo), il discorso tenuto in occasione dell’apertura (alla presenza di Mussolini) della nuova stagione del Teatro Argentina ristrutturato, lo loda addirittura come “Autore”: “Vero uomo di teatro, eroe provvidenziale che Dio al momento giusto ha voluto concedere all’Italia, agisce, autore e protagonista, nel Teatro dei Secoli” (p. 264).


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