Cultura

La guardia sentimentale: Franco Battiato e l’importanza di essere umani

Credit: Michele Sanseverino (Franco Battiato – “Un’altra vita”, extra MAXXI Roma)

Il 23 marzo non è soltanto una data: è una soglia. Una fenditura nel tempo, attraverso la quale il pensiero di Franco Battiato continua a filtrare, come una luce obliqua che non illumina tutto, ma rivela ciò che conta davvero, al di là di qualsiasi inganno o mania, ben oltre qualsiasi corrente gravitazionale. Quando le ombre avrebbero potuto portarci via tutto — e forse lo stanno ancora facendo, con una gentilezza quasi impercettibile — Battiato era già oltre. Aveva già intravisto quel rischio: la trasformazione dell’umano in una copia in scala minore di un modello muscolare, competitivo, arrogante, ultimativo, dove la ricchezza coincide, alla perfezione, con il potere e dove economia e politica si fondono in un unico organismo freddo e incapace di ascolto.

Un mondo lugubre e fatale in cui le voci più fragili si perdono, evaporano, diventano rumore di fondo. Ma il suo sguardo non era mai soltanto denuncia. Era, prima di tutto, visione.

Il nostro mattino è l’anima. E l’anima — come lui ci ha insegnato — non è un concetto astratto, ma una stratificazione viva: è memoria, è ferita, è appartenenza, è eco di battaglie e di massacri, è tutto ciò che abbiamo attraversato e che ancora ci attraversa. Dentro di noi convivono le rovine e le possibilità, il passato e una tensione verso altri giorni, altri orizzonti, altri futuri. E verso questi futuri abbiamo un dovere: esserci. Non come spettatori, ma come presenze reali e concrete.

Essere umani, davvero. Non schivi. Non proni. Non addomesticati.

Perché la minaccia non è soltanto politica o economica: è linguistica, simbolica, spirituale. È quella spirale tecnologica e militare che, invece di amplificare il pensiero, rischia di ridurlo. Che cancella parole, semplifica frasi e appiattisce i dibattiti fino a trasformare il mondo in un monolocale cibernetico — ordinato, luminoso, pulito, liscio, ma privo di profondità. Un luogo dove le verità sono artificiali, levigate, senza attrito, e proprio per questo incapaci di toccarci davvero. Eppure, sotto questa superficie, resistono le nostre radici più antiche: reminiscenze tribali, naturali, a volte persino scioccanti. Sono quelle che Battiato non ha mai avuto paura di evocare. La sua musica, le sue parole, erano varchi: collegamenti tra l’Occidente e l’Oriente, tra il corpo e lo spirito, tra il visibile e l’invisibile.

Non offriva risposte semplici, ma tracciava coordinate. Ci ricordava che l’essere umano è un campo di forze, un punto di passaggio, una coscienza perennemente in viaggio. Siamo, forse, i reduci dell’ultima era analogica. Gli ultimi ad aver conosciuto il silenzio non come assenza, ma come spazio fertile. Gli ultimi a poter distinguere, ancora, il peso di una parola, la densità di uno sguardo, la verità di una presenza. E maestri, come Battiato, ci hanno mostrato un sentiero: non una strada asfaltata, ma un corso d’acqua nel deserto delle possibilità. Un rio sottile, fragile, e proprio per questo prezioso.

Oggi quel rio si è trasformato in un oceano. Un oceano di dati, formule, percezioni, interpretazioni. Un mare in cui tutto è accessibile, ma niente è davvero afferrabile. Dove il rischio più grande non è l’ignoranza, ma la confusione. Non il silenzio, ma il rumore continuo. E allora diventa essenziale qualcosa che non è tecnologico, né razionale, né misurabile: una guardia sentimentale. Senza quella, senza un appiglio popolare che ci tenga ancorati alla carne viva delle cose, senza una sensualità corporea che ci ricordi che esistiamo anche attraverso i sensi, senza una brama passionale che ci spinga oltre l’indifferenza — sarà impossibile ritrovare noi stessi.

E senza noi stessi, sarà impossibile incontrare gli altri. Forse è proprio qui che Battiato continua a parlarci: non nel futuro che aveva previsto, ma nella possibilità di attraversarlo senza perderci. Come se egli ci dicesse, ancora: che la vera rivoluzione non è nella velocità, ma nella profondità. Non nell’accumulo, ma nella mancanza. Non nel dominio assoluto, ma nella trasformazione interiore. E che, in fondo, esistere, oggi, significa questo: restare umani in un mondo che ci vorrebbe altrove.


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