Friuli Venezia Giulia

La fiera che non amiamo più

08.12.2025 – 19.45 – Giù le luci, Trieste. La Fiera di San Nicolò — quella che abbiamo amato per più di un secolo — oggi è un’altra cosa. Una presenza familiare che non riconosciamo più. Centodue anni di storia alle spalle, eppure sembra aver smarrito proprio ciò che la teneva viva: il respiro della città, il caos buono, l’imperfezione che la rendeva autentica. Una volta il viale era un budello umano. Le bancarelle ai lati, strette, quasi addosso, formavano un tunnel di voci. E al centro venivi spinto dentro dalla massa, come risucchiato da un flusso che non controllavi. Era impossibile camminare diritto: ti urtavano giacche, sacchetti, gomiti senza scuse né permesso. Era calore, era partecipazione, era appartenenza.

Oggi quel corridoio non esiste più. Adesso trovi file ordinate, stand posizionati in sequenza, spazi larghi e percorsi calcolati. Tutto è visibile subito, senza scoperte, senza sorpresa. Nessuno ti trascina, nulla ti obbliga a rallentare. E proprio in quell’assenza di attrito si misura la perdita. Si è omologato tutto. Le merci si somigliano, i colori si ripetono, i volti non raccontano storie. Un tempo i banchi avevano identità: chi vendeva giocattoli di latta, chi lavorava legno e stoffa, chi portava piccoli miracoli da lontano. Oggi si ripete la stessa sequenza — borse, sciarpe, bigiotteria, dolci — senza quell’imprevisto che faceva brillare gli occhi. E i bambini, un tempo protagonisti, ora faticano a trovare ciò che parla a loro. Mancano le bancarelle attrattive, i richiami dei premi, gli oggetti che accendevano la fantasia. È vero che di bambini, rispetto a un tempo, ce ne sono meno. Ma è altrettanto vero che la Fiera non li cerca più, non li chiama, non li stupisce. Ci sono casette, lucine, qualche dolce: poco, troppo poco per una festa nata per loro.

La Fiera è una vecchia signora di 102 anni. Ha deciso di rifarsi il volto: un lifting elegante, ordinato, pensato per apparire. Ma nella corsa a sembrare giovane, ha perso la sua bellezza — quella rugosità che custodiva memoria, tradizione, storie di famiglia. Una volta ci si stringeva, ci si spingeva, ci si riconosceva nella folla. Adesso si passa e si guarda. Nessuno ti trascina più dentro. Nessuno ti sorprende al centro del viale con un profumo nuovo, con un richiamo improvviso, con un oggetto che non sapevi di voler portare a casa. La partecipazione si è fatta timida, distante, quasi educata. L’entusiasmo è basso, il brusio è controllato. E in questo silenzio ordinato, anche il rumore della festa sembra spento.

Giù le luci, Trieste. Se una fiera smette di essere meraviglia, diventa solo un mercato. E un mercato non appartiene al cuore: lo attraversi, lo consumi, e te ne vai. La Fiera di San Nicolò, per tornare a parlare di noi, non ha bisogno di apparecchiature nuove. Ha bisogno di ritrovare quella voce antica, un po’ scomposta, che profumava di zucchero caldo, mani fredde e occhi curiosi. Quella voce che non si compra e non si allestisce: si vive.

[f.v.]




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