Trentino Alto Adige/Suedtirol

La confessione del prefetto Valerio Valenti: «Quanta nostalgia di Durnwalder» – Cronaca



BOLZANO. Eccellenza, anche lei quando andò in visita a Durnwalder bussò alla porta del suo ufficio alle sei di mattina? «Io no, per fortuna. Ero in visita ufficiale. Ma tanti altri sì». Era il 2012 e Valerio Valenti era diventato commissario del governo a Bolzano da pochi giorni. «Una forza della natura – ricorda – da immaginare di essere amici da sempre». Sarà per questo che adesso, dalla sua Sicilia dove è ritornato, ha sentito il bisogno di dire alcune cose su Kaiser Luis, su di noi, su di se, passato da decine di prefetture in giro per lo Stivale, da Brescia a Brindisi, da Trieste a quella di Firenze, essersi confrontato con le mafie da commissario prefettizio nei paesi sotto assedio, fino a capo di gabinetto del dipartimento immigrazione; ma tra le tante stanze del potere da cui è passato si è detto un giorno: «Ho voglia di scrivere di Durnwalder».

E ne ha fatto un lungo post. Sembra ieri, ad ascoltarlo rievocare quel modo tutto di “Durni” di essere un presidente, lo stupore, ancora oggi, nell’aver sentito dire di quelle attese antelucane dei tanti, dalla città o dal contado, che venivano per raccontare della grandine che era caduta o di un vicino che non se ne stava a fare i fatti suoi. «Un po’ come il castellano con i suoi sudditi…». Poi ripensa: «Sì, l’idea era quella del patriarca ma sarebbe ingeneroso fermarsi a questa immagine. In realtà, dentro un tale schema di rapporto personale con gli amministrati c’è il senso di un rapporto che abbiamo perduto».

Perduto quando?

“Il fatto che sempre meno cittadini vadano a votare, che le sezioni dei pochi partiti rimasti siano vuote, che si avverta sempre più evidente la distanza tra amministratori e amministrati, ci dice che è da tempo che lo si perso”.

Che c’era invece, dentro quell’idea di ricevere le persone prima che iniziasse la giornata?

“L’assenza di una segreteria, il poco tempo a disposizione ma per tutti, erano condizioni che portavano necessariamente a parlare di cose concrete”.

Invece di?

“Ragionamenti politici, strategie, nomine e tutto il resto”.

Poi si era soli, faccia a faccia no?

“Altro elemento importante. Senza testimoni, sia il presidente che l’interlocutore potevano parlarsi privi di filtri, andare al dunque”.

Ma c’era anche l’elemento di un potere che si privava di bilanciamenti?

“Tuttavia pure quello di un minor appesantimento burocratico, la sensazione che il potere fosse lì, al tuo livello, disponibile”.

E dalle sue parti invece?

“Non oso pensare cosa accadrebbe se un funzionario o un assessore o un presidente in queste terre dove vivo ora facesse lo stesso. Ecco perchè ricordo con ammirazione questi episodi e quello che ho vissuto in Alto Adige. C’era, c’è immagino, una percezione di minor opacità, anche in questi schemi così pericolosamente diretti”.

Ma che nessuno più ripete.

“Beh, Durnwalder era Durnwalder”.

Ne percepisce la distanza con la sua realtà di oggi?

“Anni luce di distanza”.

Anche la politica è cambiata?

“Non ho dubbi”.

Un esempio?

“L’immigrazione. È un fenomeno che vedo qui in Sicilia ma che ho visto da vicino quando ero al Dipartimento immigrazione, in uno dei miei ultimi incarichi”.

Perché mette insieme questo fenomeno coi cambiamenti della politica?

“La ragione è che noto una continua ed eccessiva polarizzazione degli schieramenti sulla questione. Legittime le differenze ma la necessità di regolare i flussi, di individuare la migrazione illegale, dovrebbero essere tema comune, perché è tutto lì, davanti ai nostri occhi. Servirebbe una condivisione maggiore, anche solo guardando a come il cittadino comune vede il fenomeno”.

Cosa servirebbe secondo la sua esperienza?

“Una nazione da sola non può nulla, poco possono politiche solo nazionali. Occorre un patto europeo”.

Difficile?

“Invece no. Proprio le ultime decisioni in Europa ci dicono che molte strategie ormai sono sul tavolo, decise e votate. Come quella di un controllo continentale”.

Cosa pensa degli hot spot in Albania?

“C’è stata molta polemica politica. Direi a nostro uso interno più che sul nodo in se. Invece, ma questo lo dice ormai l’Europa, dei punti di identificazione esterni in cui verificare prima se una persona ha i titoli per essere accolta legalmente sono uno snodo decisivo per evitare inclusioni che poi portano a tensioni interne e anche alla nascita di forze politiche molto radicali sul tema”.

Partendo anche da alcuni dati precisi?

“Uno dei primi è definire, come in realtà già accade formalmente, la migrazione economica come illegale. Si è tenuti a includere chi giunge da zone di guerra, i perseguitati politici, donne e uomini inseguiti da Stati polizieschi. Ma questi sono una percentuale molto inferiore ai primi”.

Dove guarda per capire che occorre questo sentire comune, anche europeo?

“Alla Svezia. Lì, da decenni si sono perseguite politiche di accoglienza molto diffuse e anche, viste da fuori, lodevoli. Invece proprio questa essenza di filtri preventivi sta portando in quel Paese a tensioni mai viste prima dovute ad una sproporzione tra popolazione immigrata e residente. La strada resta la regolamentazione e il contrasto all’illegalità”.




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