La burocrazia è figlia del conflitto”, Palumbo (MIM) apre al superamento di PEI e PDP: “Troppi documenti diventano scudo e arma. Semplifichiamo, ma attenti a non far crollare il sistema

Il Meeting di Rimini ha ospitato anche il punto di vista istituzionale sul delicato equilibrio tra autonomia docente e adempimenti burocratici.
A intervenire, nel pomeriggio del 25 agosto, è stata Carmela Palumbo, capo dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione del Ministero dell’Istruzione e del Merito, che ha raccolto e sviluppato le sollecitazioni arrivate dal tavolo, in particolare quelle della segretaria Cisl Scuola, Ivana Barbacci.
Il suo intervento ha messo al centro un tema caldo e spesso rimosso: il rapporto tra burocrazia, conflitto e qualità della relazione educativa.
Quando la carta diventa arma: la diagnosi di Palumbo
Palumbo ha aperto con un’osservazione che suona come una chiave di lettura antropologica della scuola italiana: “La burocrazia è tanto più forte ed evidente quanto minore è l’armonia, la relazione educativa, la collaborazione tra dirigente e corpo docente.”
Secondo il capo dipartimento, nelle scuole dove si registrano situazioni “patologiche” di conflitto – con le famiglie o al proprio interno – la documentazione cessa di essere uno strumento di servizio e diventa uno scudo difensivo per i docenti o un’arma nelle mani dei genitori. L’assenza di un verbale, di un progetto, di una verbalizzazione può essere usata per colpire l’istituzione.
Da qui la necessità di distinguere tra burocrazia necessaria – che in una struttura complessa come la scuola non può essere azzerata – e “molestia burocratica”: quell’eccesso di carte che non aggiunge nulla in termini di qualità per lo studente, la famiglia o la comunità educante.
Il nodo del PDP: “Uno strumento diventato pletorico”
Il momento più significativo dell’intervento di Palumbo è stato l’annuncio – cauto ma esplicito – di un intervento su uno degli strumenti più discussi degli ultimi anni: il Piano Didattico Personalizzato.
“Uno degli strumenti che viene percepito come ormai pletorico, soprattutto per l’uso che se ne fa eccessivo, è il piano didattico personalizzato.”
Palumbo ha ricordato che il PDP nasce per rispondere a bisogni educativi speciali certificati (come i disturbi specifici dell’apprendimento). Tuttavia, denuncia, si è assistito a un ricorso abnorme allo strumento, esteso anche a situazioni temporanee (come separazioni familiari o fragilità transitorie), trasformandolo in un contenitore onnivoro che finisce per burocratizzare la relazione educativa.
Il rischio, ha spiegato, è duplice:
- da un lato, il PDP diventa uno scudo per la scuola, che si sente protetta da eventuali contestazioni;
- dall’altro, diventa un’arma per i genitori, che possono impugnarlo per contestare una bocciatura o una valutazione (“mio figlio non è stato promosso perché non sono stati rispettati tutto ciò che nel PDP era scritto“).
E il PEI? La proposta: stabilità per tutto il ciclo
Accanto al PDP, Palumbo ha affrontato il tema del Piano Educativo Individualizzato per gli alunni con disabilità. Anche in questo caso, la proposta è una semplificazione ragionata:
“Penseremmo di definire il PEI a inizio ciclo, con aggiornamento annuale solo se necessario, dando stabilità anche all’assegnazione delle ore di sostegno collegate al ciclo scolastico.”
L’idea è chiara: superare la logica della ridondanza annuale, che oggi impone a insegnanti e famiglie di riscrivere ex novo il PEI ogni anno, spesso per mere variazioni formali, generando carico burocratico e incertezza sulle risorse assegnate.
Semplificare sì, ma con cautela
Palumbo ha però messo in guardia da facili entusiasmi:
“Tra l’affermazione teorica e la concreta attuazione c’è la difficoltà. Toccare alcuni documenti può essere pericoloso, è come andare a togliere lo Shanghai sbagliato e far cadere tutta la costruzione.”
Il ministero, ha spiegato, sta lavorando a legislazione vigente e a risorse invariate, su sollecitazione diretta del ministro, per individuare interventi mirati di alleggerimento procedurale. Ma ogni modifica va valutata con attenzione, per non compromettere l’equilibrio del sistema.
L’Intelligenza Artificiale e le ore aggiuntive: le altre frontiere
Palumbo ha poi toccato due temi complementari, già emersi nell’intervento di Barbacci.
Sull’intelligenza artificiale, ha annunciato che il ministero ha già redatto linee guida vagliate dal Garante della privacy, in attesa di un’ulteriore decretazione che definirà la cornice operativa, nel rispetto della tutela degli studenti e della libertà di insegnamento. L’IA, secondo Palumbo, può diventare un alleato per alleggerire i carichi ripetitivi, senza però invadere l’autonomia professionale del docente.
Sul fronte delle attività aggiuntive, ha condiviso la prospettiva di Barbacci: affiancare alle ore di insegnamento frontale un monte ore più ampio e retribuito per attività di progettazione, ricerca e coordinamento. Questo potrebbe ridurre il cosiddetto “progettificio” – la proliferazione di progetti su bando che generano a loro volta ulteriore burocrazia di rendicontazione – e avvicinare la scuola italiana a modelli europei dove il docente ha un orario complessivo che include tempi di progettazione in sede.
Il giudizio sul “docente incentivato”: un errore di prospettiva
Infine, Palumbo ha chiuso con una riflessione sulla carriera dei docenti, tornando sul tema del “docente incentivato” introdotto dal DL 36:
“Il docente incentivato è un docente che alla fine dovrebbe essere pagato di più perché si è formato di più, non perché ha restituito alla scuola un’attività ulteriore. Un errore di prospettiva.”
La sua posizione è netta: il meccanismo va superato in sede contrattuale. E la legge, per fortuna, ha già previsto che la contrattazione possa evolvere e dare una nuova configurazione a questo istituto.
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