Economia

L’ “avvelenata” che ha spuntato la pallottola di Beretta negli Usa


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Buona lettura,

Walter Galbiati, vicedirettore di Repubblica

Di questo periodo, purtroppo, le armi vanno di moda. E anche in Borsa i titoli delle aziende che le producono se la passano bene.

Eppure, tra questi, ce n’è una che è andata peggio delle altre, si chiama Ruger ed è quotata negli Stati Uniti. Insieme a Smith & Wesson è uno dei principali produttori Usa di armi leggere, come pistole, fucili, armi automatiche e semiautomatiche.

La pecora nera. Il suo motto è Arms Makers for Responsible Citizens perché il mercato principale a cui si rivolge è quello domestico statunitense. Ruger non ha beneficiato del momento favorevole del settore e negli ultimi tre anni in Borsa ha sottoperformato del 57% il suo diretto concorrente Smith & Wesson e dell’81,5% l’indice Russell 2000, il paniere che raccoglie le small cap statunitensi.

Una ghiotta occasione. Nella debolezza del titolo, qualcuno ha visto un’occasione d’acquisto e la possibilità di una scalata. Il predatore è Beretta Holding, il gruppo di armi bresciano con sede in Lussemburgo, il cui fatturato arriva per un terzo dal settore della difesa e delle forze dell’ordine, mentre il resto riguarda le armi civili e sportive.

Il primo 7,7%. Il 22 settembre dello scorso anno, l’azienda italiana ha fatto sapere al mercato di aver rilevato il 7,7% di Ruger, che di fatto è una public company senza un azionista di riferimento.

L’opa “strisciante”. L’acquisto ha colto di sorpresa gli americani, che non si sono sentiti tanto rassicurati dalle dichiarazioni di non belligeranza di Beretta, che ha comunque sostenuto di non voler assumere il controllo del gruppo. Ruger, invece l’ha definita un’opa “strisciante”.

Il senso industriale. L’operazione, da qualunque parte la si guardi, ha un senso da un punto di vista industriale. Beretta holding è grande il triplo di Ruger, fattura quasi 1,7 miliardi di euro ed è attiva oltre che nelle armi, nei dispositivi ottici e nelle munizioni.

E’ in grado di offrire una fornitura completa, mentre Ruger che ha un giro di affari di 545 milioni di dollari non si può presentare alle gare, per esempio della polizia statunitense, garantendo tutto, dalla pistola ai proiettili, fino ai puntatori.

Fino al 9,95%. L’approccio di Beretta, però, è stato giudicato ostile, perché i primi acquisti non sono stati preceduti da una interlocuzione con il management di Ruger e, anche quando, dopo il primo annuncio, sono stati chiesti incontri, Beretta ha continuato ad acquistare titoli fino ad arrivare al 9,95%.

L’avvelenata. Il 14 ottobre 2025, per fermare la scalata il cda di Ruger ha deciso di azionare una poison pill, una pillola avvelenata che le società statunitensi utilizzano per difendersi dai tentativi di acquisto ostili.

Se Beretta aumentasse la sua partecipazione oltre il 10%, il management avrebbe la facoltà di lanciare un aumento di capitale da offrire a tutti gli altri azionisti con uno sconto del 50% sul prezzo delle azioni. Un’operazione diluitiva che dimezzerebbe il valore della quota in mano a Beretta, rendendo l’accumulo di titoli più gravoso.

Lo sbarramento. La mossa, di fatto, ha bloccato la scalata e ha provocato la reazione di Beretta che ha accusato il management di Ruger di voler mantenere il controllo della società per perpetuare i propri benefici a discapito degli altri azionisti e del gruppo stesso.

Le accuse di Beretta. Tra il 2018 e il 2025, il consiglio di amministrazione ha percepito compensi per 5,7 milioni di dollari, nonostante le azioni della società abbiano avuto un rendimento negativo del 13,8%.

Negli ultimi due anni, per di più, il reddito operativo è passato da 52 milioni di dollari nel 2023 a una perdita operativa di 12 milioni di dollari nel 2025. Numeri che per gli italiani, dovrebbero quanto meno portare a un ripensamento della leadership.

La non pace di Parigi. A dicembre 2025 i due contendenti si sono incontrati a Parigi. Beretta ha ribadito di non essere interessata allo status quo e ha proposto un piano a lungo termine per la fusione con Ruger, ma – si lamentano gli americani – non ha presentato nessuna proposta formale.

La proposta di Ruger. La contesa si è trascinata fino a febbraio, quando gli emissari di Ruger si sono recati in Lussemburgo, per poi proseguire i contatti informali. Ruger si è detta disposta a concedere a Beretta di salire fino a un limite massimo del 10% del capitale, nominare amministratori in modo proporzionale e avviare una collaborazione commerciale.

La proposta di Beretta. L’azienda italiana, invece, ha rilanciato chiedendo di togliere la poison pill e di crescere fino al 25% del capitale, sottoscrivendo nuove azioni di Ruger con uno sconto del 15% e avere una maggiore rappresentanza nel consiglio.

Le nuove nomine. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata il 23 febbraio con la nomina di tre nuovi amministratori nel consiglio di Ruger, a seguito del pensionamento di altrettanti membri del cda.

Beretta si aspettava una consultazione e un confronto, ma il consiglio ha deciso di muoversi autonomamente, sostenendo che il processo di sostituzione era iniziato prima dell’arrivo dei soci italiani.

La reazione. Il giorno dopo, Beretta ha risposto presentando una lista di minoranza con quattro amministratori da proporre per l’assemblea che si terrà il 29 maggio, quando dovrà essere eletto il nuovo board, composto da nove consiglieri.

L’offerta parziale. Beretta non si è accontentata della lista e il 25 marzo ha proposto un’offerta parziale di acquisto. Dopo aver speso circa 60 milioni di dollari per comprare il 9,95% di Ruger, gli italiani hanno scritto al consiglio di amministrazione offrendo 44,80 dollari per azione, per un esborso di circa 140 milioni, per acquistare un altro 20,05% del capitale.

“No, grazie”. Beretta aveva lasciato tempo fino al 31 marzo per accettare l’offerta e togliere la poison pill. La risposta è arrivata il 28 marzo e Ruger ha rispedito al mittente tutto il pacchetto perché è stata valutato inadeguato per assumere il controllo del gruppo.

Lo spiraglio del 9 aprile. A queste condizioni Ruger preferisce procedere nella sua strategia stand alone, ma ha concesso un ulteriore colloquio a Beretta per il prossimo 9 aprile a New York per capire se sia possibile trovare un accordo.

Il Paese delle armi. Il gruppo italiano, il cui fatturato arriva per il 40% dagli Stati Uniti e per il 50% dall’Europa, considera fondamentale la sua espansione nel mercato americano che vale 13,5 milioni di pezzi tra pistole e fucili.

Passato e futuro. Tra il 1985 e il 2021, la Beretta M9 è stata l’arma da fianco dell’esercito americano e conquistare Ruger darebbe nuovo smalto al gruppo, che negli ultimi anni ha adottato una strategia di crescita per linee esterne.

L’opa totale. Oggi però, se non trova un accordo con Ruger, l’unica alternativa per Beretta è mettere mano al portafoglio e lanciare un’offerta totale che, considerando un premio del 20% si aggirerebbe intorno agli 800 milioni.

Solo cash. Non poco anche perché, non essendo Beretta quotata e non potendo offrire una parte del prezzo in azioni, il corrispettivo dovrebbe essere tutto in contanti.

Fusione e quotazione. Ma non si tratta di una operazione impossibile per Beretta che con un Ebitda di 250 milioni di euro tale può sostenere l’esborso. Per di più, comprarla tutta permetterebbe di realizzare una fusione tra le due società e a Beretta di trovarsi quotata al Nyse.


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