Kim Rossi Stuart: «Come il Gattopardo, appartengo a un’epoca estinta. Ai miei figli insegno che la fatica è vitale»
Prima reazione quando le ha offerto la parte?
«Orgoglio: ero a conoscenza della caratura del progetto».
La produzione è sontuosa.
«Per me il simbolo di questa magnificenza sono i seimila costumi concepiti in maniera maniacale: dal triplo strato di camicie di seta cruda ai mutandoni, tutto è stato realizzato con una cura sartoriale degna dell’epoca».
Nessuna soggezione verso il film di Luchino Visconti?
«Per strani giri della vita non l’ho mai visto».
E continua a non vederlo?
«Succederà prima o poi. Il libro, invece, l’ho letto dopo aver ricevuto parte della sceneggiatura, che mi aveva un po’ allarmato, perché dava accesso solo ad alcuni aspetti inquietanti del personaggio: un gigante di due metri brutale, animalesco, pesante. Grazie al romanzo, in cui sono sprofondato, ho potuto cogliere anche la sua mente sopraffina e la sua fragilità. L’ho sentito più vicino. Ho capito che con lui non sarebbe stata mera ginnastica attoriale. La somiglianza fisica l’ho risolta ingrassando 12 o 13 chili, per l’accento siciliano mi sono rivolto a dei coach e il resto, vabbè, è ciò che faccio abitualmente mettendo a disposizione il mio sentire».
Punti in comune ne ha trovati?
«Al di là di una certa misantropia, ho trovato l’età, l’appartenenza a un mondo che non c’è più e anche la difficoltà di dover lasciare spazio alle generazioni successive».
Da padre di tre figli di 13, 5 e 3 anni, che cosa la preoccupa del nuovo mondo e delle nuove generazioni?
«La prima cosa che mi viene in mente è il tentativo di amputare la fatica dalla nostra esistenza. Non le dico quanto ci abbiamo messo io e mia moglie (l’attrice Ilaria Spada, ndr) a convincere Ettore, il maggiore, a fare un’escursione in montagna. Quando poi è tornato, aveva uno sguardo luminoso, un sorriso pacificato. La fatica è vitale».
Più o meno all’età di Ettore lei era già andato via di casa…
«Partii per l’America da solo, senza parlare l’inglese, con una valigia, un biglietto open, forse mille dollari in tasca e il numero di telefono di una persona incrociata a Roma, un pittore greco conosciuto grazie a mia zia, a cui mi appoggiai appena arrivato. Quel viaggio mi è rivenuto in mente di recente: riflettevo sul fatto che mio padre e mia madre mi avessero lasciato andare. Che coraggio! Certo, erano tempi diversi, ma suona comunque surreale».
Lei lascerebbe andare suo figlio?
«Ah, io no! Per quanto spinga con tutte le mie forze affinché sia autonomo, questo è troppo».
Che cos’è stato «troppo» nella sua adolescenza?
«Ho vissuto tutto molto prima degli altri, con un’intensità spaventosa, un’indipendenza fuori dal comune e una fatica incredibile. Consideri che dopo l’America non sono tornato a casa, in campagna: mi sono trasferito a Roma a studiare teatro. All’inizio ho dormito sul divano di qualche amico, e poi, a 16 anni, ho affittato un appartamento, al Pigneto, che non era ancora di moda».
Source link




