Kim Gordon – Play Me
C’è qualcosa di profondamente ironico nel fatto che Kim Gordon, una delle figure più glaciali e lucide della storia del rock alternativo, intitoli un disco “Play Me”. “Suonami”. “Usami”. È un titolo che suona come un comando, ma anche come una provocazione. Il disco è come una stanza al neon in cui qualcuno ha dimenticato la musica accesa tutta la notte.

I suoni arrivano da bassi che pulsano come macchine industriali, ritmi distorti, chitarre che sferragliano. È un paesaggio post-umano. In mezzo a questo paesaggio si staglia Kim Gordon. Lei è la voce di qualcuno che guarda il mondo da dietro il vetro di una vetrina illuminata alle tre del mattino. Dove molti musicisti costruiscono strutture armoniche, lei preferisce stratificare superfici: un beat scheletrico, un riff distorto. Tutto sembra incompleto eppure perfettamente intenzionale.
C’è una sensualità sotterranea nel disco, ma è una sensualità asciutta, meccanica. Non il desiderio romantico della tradizione rock, ma qualcosa di più ambiguo: il fascino dei corpi nelle città, delle luci sui parabrezza, delle parole dette senza guardarsi. In questo senso “Play Me” continua la traiettoria che Kim Gordon ha sempre seguito fin dai tempi dei Sonic Youth: usare il rock come materiale da smontare, come una struttura da sabotare dall’interno. Ma qui c’è anche un’altra dimensione: il disco sembra parlare molto del ruolo dell’immagine, della performance, del modo in cui la cultura contemporanea trasforma tutto in superficie riproducibile. “Play me”, appunto: premi play, consumami, scorri oltre. Eppure, sotto questa superficie fredda, si avverte qualcosa di sorprendentemente umano: una forma di ironia malinconica. Kim Gordon osserva il caos del presente con la calma di chi ha già visto passare diverse epoche musicali e sa che anche questa, prima o poi, diventerà un fantasma. Alla fine del disco resta la sensazione di essere stati chiusi per trenta minuti in una piccola stanza piena di rumore, luci al neon e pensieri spezzati.
E nel centro della stanza, immobile, la figura di Kim Gordon che non chiede attenzione. Dice soltanto: play me.
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