Kali Malone – Leila Bordreuil
Le Temple de la Tour de Peilz, in Svizzera, è una semplice chiesa di pietre bianche squadrate coperta da uno spiovente di tegole color papaya. L’interno spoglio è ravvivato solamente dalle colorate vetrate a mosaico, e da un elegante organo color blu acciaio che sembra uscito da una inquadratura di “Grand Budapest Hotel“.
È qui che alla luce delle candele, nel mezzo di un gelido inverno, è stata registrata la performance di Kali Malone e Leila Bordreuil, occasione di approfondire le possibilità della relazione fra suono e spazio.
Una collaborazione che da un punto di vista puramente sonoro è riuscita, giacché lo stile algido ed esistenziale di Kali Malone, sempre illuminato da un certo rigore estatico, si è ben amalgamato con l’avantgarde tattile e materico della violoncellista franco-americana, capace di portare il suo strumento al limite del delirio; il suo “Not An Elegy” può sembrare infatti l’antitesi di “The Sacrificial Code“, ma insieme hanno saputo creare un ibrido affascinante e stratificato, capace di suggestionare chi è umano, troppo umano.
La relazione intima fra organo e violoncello è arricchita dai feedback, dai contrappunti elettroacustici e dalle interferenze ambientali (il suono delle campane, qualche motore in lontananza, voci perse nei riverberi) e incede nei quattro brani con una consistenza rocciosa, oscillando fra suggestioni di musica concreta e misteriose ombre sinusoidali da fourth world music. Questo golem sonoro trova però i suoi esiti migliori dentro sé stesso, nella sua coerenza stilistica e nella sua ricchezza compositiva, ma fatica a uscire dalle proprie trame, a espandersi nello spazio, a relazionarsi davvero con l’ambiente e a lasciarsi da esso contaminare e modellare. La ricerca di una forma scultorea tangibile ed esperibile dall’ascoltatore finisce allora frustrata; in un dialogo tra nature incapace a svolgersi del tutto.
Le evocative e granulose risonanze cadono in una lenta e rituale reiterazione, nella quale si viene coinvolti con una certa difficoltà, sicché l’esperimento artistico ha nel suo rigore formale l’unico esito realmente riscontrabile e apprezzabile.
Il disco è votato a un estremo, crepuscolare minimalismo che forse ha proprio nel minimalismo la sua più grande debolezza. Il corpo sonoro creato da Kali Malone e Leila Bordreuil è convincente ma pigro, concreto, ruvido, ma sedimentato, a tratti troppo statico per restituire la profondità e il dinamismo di una esperienza viva. A essere maligni, il problema è forse anche imputabile alla estrema modestia dell’architettura, che nella sua disadorna semplicità accompagna la performance senza mai davvero caratterizzarla con decisione. È una chiesa svizzera, e, senza essere sacrileghi, quella battuta de “Il Terzo Uomo“, affidata a Orson Welles, (ri)suona adeguata a questo disco: parafrasando, diremmo che si sentono gli esiti creativi di cinquecento anni di integerrima quiete.
03/04/2026




