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Kaizers Orchestra – Ompa til du dør: Il capolavoro retrofuturista del rock norvegese :: Le pietre miliari di OndaRock

I Kaizers Orchestra sono una delle band più importanti nella storia della musica norvegese. Cantando in un misto di bokmål (norvegese standard) e jærsk (dialetto dell’area sud-occidentale), su una musica ruvida dalle scarse concessioni radiofoniche e testi cinematografici tutti ambientati nello stesso universo alternativo, hanno generato una carriera da nove album al numero 1 in classifica.
Nonostante un’esportabilità sulla carta pari a zero, dato che nella loro stessa nazione c’è chi fatica a comprenderne i testi, sono riusciti a guadagnarsi un solido culto anche in Danimarca (tre album in top 20 nel corso della carriera).

Il progetto prende vita nel 2000, per mano di Janove Ottesen (voce, chitarra acustica e piano) e Geir Zahl (chitarra elettrica e cori), due amici d’infanzia nati e cresciuti nella piccola città di Bryne, che hanno già alle spalle due progetti con pubblicazioni autodistribuite in tiratura limitata, ossia i Blod, Snått & Juling e gli Gnom, entrambi orientati verso un folk contemporaneo con suono a bassa fedeltà.
Per questa nuova avventura alzano tuttavia l’asticella dell’ambizione, puntando ad arrangiamenti complessi che necessitano di una formazione più ampia: li accompagnano così Terje Vinterstø (chitarra elettrica), Rune Solheim (batteria e percussioni), Helge Risa (armonium e piano) e Jon Sjøen (contrabbasso e basso elettrico). A eccezione di quest’ultimo, che avrebbe lasciato nel 2003, gli altri sarebbero rimasti compagni di viaggio del duo per tutta la carriera.

“Kaizers Orchestra Ep”, uscito nel marzo del 2000, e venduto in appena 500 copie, sembra far rimanere la dimensione della loro musica sugli stessi livelli dei precedenti tentativi, quando Remo Rehder, responsabile della piccola etichetta indipendente Broiler Farm, rimane colpito dalla loro esibizione al festival per nuovi talenti by:Larm e decide di scritturarli.
Per registrare l’album di debutto, “Ompa til du dør “, il discografico investe quanto necessario per renderlo un prodotto di prima fascia, ricorrendo a Jørgen Træen e Stian Carstensen. Il primo è uno dei più importanti produttori norvegesi e all’epoca ha già diretto i lavori di artisti dal culto internazionale negli ambiti più disparati, dal metal (Enslaved, Emperor) al jazz (Jaga Jazzist), passando per il cantautorato (Sondre Lerche). Il secondo è un polistrumentista di area jazz e folk, con collaborazioni meno altisonanti, ma molto rispettato fra gli addetti ai lavori.
Le sessioni si tengono nel giugno del 2001 a Bergen, presso lo studio di Træen, e durano appena sei giorni. La maggior parte del materiale viene registrato in presa diretta, dato che la band a quel punto è già ben rodata dal vivo, e le sovraincisioni si limitano a qualche ritocco.

La scaletta si apre con “Kontroll på kontinentet”, che mette subito in tavola le principali coordinate della proposta: andamento simile alla polka (indicato con l’onomatopea popolare “ompa”), pattern di armonium a dare la spinta (gli ascoltatori meno attenti lo scambiano spesso per una fisarmonica), percussioni metalliche a rafforzare il ritmo (la band è solita utilizzare fusti per il petrolio e cerchioni di automobili), ruvide intermittenze di chitarre elettriche e linee di contrabbasso che sposano l’andamento bandistico a un approccio dissacratorio in cui le corde vengono pizzicate con violenza, generando un suono distorto e percussivo.
La band non ha mai fatto mistero di amare la musica di Tom Waits e Nick Cave, ma questa ammissione ha spesso impedito di percepire l’estrema originalità della loro musica, che contiene tanto altro, a partire dalla scuola del rock alternativo in norvegese, che per ovvie ragioni un ascoltatore estraneo alla cultura del paese non può cogliere: fra i punti di riferimento dichiarati, gruppi storici come Jokke & Valentinerne e i Dumdum Boys.
C’è poi la voce, distantissima dagli ispidi e ombrosi toni baritonali di Waits e Cave: Ottesen ha un timbro decisamente più naturale, squillante e vicino al parlato, come in uso fra molti cantanti indie rock a cavallo fra i due millenni. L’interpretazione risulta comunque poco lineare, sia grazie al suo range vocale di tre ottave, che viene sfruttato appieno, sia per i numerosi cambi di approccio, che spaziano dalla declamazione teatrale – con un’ovvia influenza del cabaret mitteleuropeo – alla filastrocca corale, fino all’aggressività del punk.

La title track mantiene le caratteristiche del brano d’apertura, ma aggiunge all’arrangiamento un’introduzione di sassofono, suonato dal turnista Jan Kåre Hystad, e un trio d’archi.
La sua descrizione migliore l’ha fornita proprio Ottesen: “Un accordo stridente da sirena antiaerea con un ammasso di note dissonanti sovrapposte, un riff di chitarra come tema principale, così carico di semitoni da sembrare quasi zingaresco. Poi sferraglia e zoppica come due carri armati tedeschi che finiscono su una mina ogni quattro battute” (fonte: Rogalyd.no).
Il sax ha ancora più spazio in “Bøn fra helvete”, che nella prima parte sfiora il rhythm’n’blues, prima di deragliare in un arrangiamento i cui timbri si fanno via via sempre più saturi e ferrosi, oltre a recuperare la componente bandistica e gitana a partire da 1’18”.
“170” sfoggia un andamento marziale, alternando gli ipnotici vuoti del bangio (suonato da Carstensen) ai pieni delle chitarre elettriche, apertamente morriconiane. L’atmosfera epica che ne risulta è particolarmente adatta a essere espansa dal vivo, non a caso il brano occupa spesso la parte finale nella scaletta dei concerti della band.

È sorprendente quanto arrangiamenti che poggiano su elementi specifici come armonium, contrabbasso e percussioni metalliche risultino malleabili: si prenda “Rullett”, in cui si amalgamano perfettamente con il tremolo del mandolino (suonato da Vinterstø), l’andamento degli archi pizzicati e il fruscio di un grammofono lasciato girare a vuoto in sottofondo.
Le sorprese non si fermano, dall’assolo di kaval (flauto tipico della penisola balcanica) che spunta in “Dr. Mowinckel”, ancora per mano di Carstensen, a quell’ibrido fra gospel, swing, polka, folk e punk che è “Resistansen”, con sezione fiati composta da cornetta, eufonio, kaval e due sax.
In chiusura c’è “Mr. Kaizer, hans Constanse og meg”, sorta di marcia funebre per fiati e armonium: Helge Risa fa così quadrare il cerchio, concludendo l’album con lo stesso suono che l’ha aperto.

Si tratta a tutti gli effetti di un concept-album, dato che, come accennato, racconta storie con la stessa ambientazione, benché non necessariamente correlate né poste in ordine cronologico.
Nei testi viene apertamente citata la Norvegia, ma gli anacronismi sono tanti e tali da indicare con chiarezza un universo alternativo a quello reale, in cui la capitale della Norvegia si chiama ancora Christiania, nome che Oslo ha tenuto fino al 1878. Tuttavia, i personaggi fanno uso di pratiche e tecnologie che non corrispondono con quella data: per esempio, nella title track viene scoperta l’identità di un assassino grazie alle impronte digitali, tecnica che l’Europa ha iniziato a utilizzare a livello investigativo solo dagli inizi del Ventesimo secolo.
I riferimenti possono essere molto specifici e difficili da cogliere per chi non ha familiarità con la cultura norvegese: sempre nella title track vengono citati i Ten Sing, movimento giovanile fondato nel 1968 che fonde fede cristiana, teatro, danza e musica, e Fredrik Meltzer, politico che nel 1821 ideò la bandiera norvegese.
Lo stesso titolo non è immediato da tradurre: “Ompa fino alla morte”, dove ompa, come già detto, è l’onomatopea che si associa alla polka e alla musica delle band di paese.
Ci sono anche momenti più lineari, come il chiaro intento antibellicista di “170”, in cui il soldato protagonista viene chiamato per numero anziché per nome dal proprio comandante, ma in linea di massima il disco ha una costruzione che accosta singole scene senza dare loro uno svolgimento lineare, come un film noir corale che fa ampio ricorso a salti temporali per narrare una Norvegia cupa e sporca di fuliggine, dominata da malviventi e personaggi squallidi. Per questa sua natura frammentaria, si è ritenuto non necessario tradurne passo per passo i testi: chi fosse incuriosito può comunque consultarli in inglese presso il sito Kaizers.konzertjunkie.de.

Il disco, inizialmente distribuito in tiratura limitata, va esaurito in un lampo e lo stesso avviene per le immediate ristampe, aiutando la crescita della stessa Broiler Farm, fino a quel momento misconosciuta. La scalata è inarrestabile: uscito nel settembre del 2001, entra in classifica al numero 37. Quello stesso gennaio raggiunge la top 10 e in marzo tocca il numero 1. Finisce col vendere 100mila copie, il dato più alto mai ottenuto da un’opera prima di rock cantato in norvegese.
Dopo essersi sciolta nel 2013 e riformata nel 2022, la band sta portando ancora oggi in tournée il proprio repertorio, dando nelle scalette ampio spazio a “Ompa til du dør” e al suo misto di rock alternativo, rumori industriali, teatro, atmosfere noir, polka, marce, cabaret, musica circense, folk gitano e influenze balcaniche.
I loro concerti sono ritenuti fra i migliori della scena norvegese, sia grazie al carisma di Ottesen, sia grazie all’atmosfera demodé e retrofuturistica, data dalla presenza sul palco dei cerchioni e dei fusti per il petrolio, ma soprattutto dalle trovate di Risa, che indossa gli oggetti più insoliti (dal casco militare alla maschera antigas che campeggia sulla copertina di questo stesso album), oltre ad addobbare l’armonium con paralumi d’epoca e foto in bianco e nero.

19/07/2026


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