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K Wata – Give U Space: L’architettura del vuoto :: Le Recensioni di OndaRock

Presenza schiva dei circuiti club newyorkesi, K Wata è un nome tanto in penombra quanto operoso: metà del duo E Wata, parte del collettivo Slink, quest’ultimo impegnato anche in una rassegna di serate che rifugge la cassa dritta e i quattro quarti, per inseguire un piglio notturno e sfuggente, vetrina di chi attraversa le sonorità della nuova ambient dub. Uscito su Short Span, etichetta ormai di culto per questa scena, “Give U Space” è il suo album di debutto, arrivato al termine di una traiettoria misurata in pochi Ep che mischiano i fumi giamaicani con l’astrazione dell’Idm. Parte del disco nasce per il palco, pensata per il festival Sustain Release del 2025, e solo in un secondo momento viene ricondotta in laboratorio e rifinita nella forma organica e mutevole qui presentata.

La copertina, architettonica e sabbiosa, ha il merito di aderire alla poetica che custodisce. Un iter che si insinua tra groove elastici, transienti morbidi e manipolazioni tipiche della scuola dub: delay lisergici e riverberi vellutati adornano un amalgama ricco di dettagli ma anche, e soprattutto, fumoso e ipnotico. Ne sovviene un lavoro che ricorda i profeti del dub come Mad Professor, ma rifatto da androidi in tuta spaziale, chiusi in quella stessa stanza asettica che l’artwork ritrae, brutalista e ipermoderna. Non mancano gli echi di Burial, traslati però secondo quella maniacale cura costruttiva propria delle produzioni più contemporanee della scena Uk bass: alla nostalgia letargica del musicista londinese si affianca una dedizione alla stereofonia iperrealista e al subwoofer sghembo.

Anche il titolo è esplicativo: in “Give U Space” il vuoto non è assenza, ma struttura portante, e lo spazio diventa la sostanza stessa di cui il disco è fatto. Ogni elemento occupa la sua coordinata esatta, tarato tanto sull’ascolto in cuffia quanto sui volumi della sala; una precisione millimetrica che trova corrispettivo nei continui cambi di battuta, nei vuoti che intercorrono tra un colpo e l’altro, dove presenza corporea ed evanescenza ricevono pari dignità. I rimandi sono quelli di Rhythm & Sound e Carrier, ma con strutture che restano insonni e materiche, noir e sensuali; manca forse l’intensità mnemonica del progetto tedesco, e i cinquantacinque minuti scivolano più verso l’atmosfera che verso l’urto. Eppure, muovendosi al passo di J. Albert e con la sensibilità degli Space Afrika, l’artista statunitense riesce a ritagliarsi un piccolo ma intenso spazio all’interno della scena.

26/06/2026


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