John Andrews and The Yawns
Woods, Hands Habit, Cut Worms, Quilt: il curriculum vitae di John Andrews parla chiaro e anche la sua carriera da solista svela istantaneamente le attitudini svogliate e lo-fi di un autore che insegue il fantasma sia dei Fleetwood Mac che di Father John Misty, intercettando Joni Mitchell ma anche la Band.
Nostalgico ma radicato nella moderna scena americana, Andrews compie un passo deciso per uscire dallo status di cult-artist con la compagnia di Luke Temple (basso e chitarra) e di due vecchi amici conosciuti ai tempi dei live set dei Cut Worms (il batterista Noah Bond e il bassista Keven Lareau).
“Streetsweeper” è il più completo e maturo album di Andrews. Gli arrangiamenti, per quanto vellutati e morbidi, non assecondano la natura più mesta del bedroom-pop, anzi, le melodie hanno una loro ben definita connotazione.
Quelle di John Andrews sono canzoni primaverili, tiepide ma pronte a riscaldarsi al contatto con il corpo. Le pagine più country sono agili e vivaci e non disdegnano un tocco doo-wop e jangle-pop (“Friends In Misery”), le interazioni ritmiche tra basso, chitarra e batteria sono tipiche degli anni 70 più spensierati (“The Last Word”) e il temine soft-rock torna in auge senza mai sembrare obsoleto o noioso (“Something To Be Said”).
“Streetsweeper” è un disco che fa della coerenza e della qualità della scrittura i proprio elementi portanti (“What’s Good”), ma non mancano guizzi di raffinata tessitura orchestral-pop alla Clientele (“Goodbye Dirty Snow”) e languori country (“Through & Through”, “Olivia”) che demarcano ulteriormente il confine tra lo stile di John Andrews, a tratti affine a quello di David Gates dei Bread, e l’estetica da radio Fm dei tardi anni 70. Alla fine, c’è ben poco di superfluo in “Streetsweeper”.
09/05/2026




