Campania

Informazione Campania – SPORT – CALCIO, JUVE STABIA: IL CLUB DAI PASSAGGI IMPOSSIBILI

Castellammare, al via il restyling dello stadio Menti: investimento da 5  milioni - Approvato il progetto dalla giunta Vicinanza | Il Corrierino

di AMEDEO FANTACCIONE

Dalla cessione ad Alfonso Agnello per un euro, al terremoto giudiziario che ha travolto Alfredo Guerri. In pochi mesi la Juve Stabia è passata attraverso amministrazione giudiziaria, sequestri, cambi di proprietà e penalizzazioni. E oggi la domanda più pesante riguarda chi avrebbe dovuto controllare prima che fosse troppo tardi?

 C’è un filo che attraversa gli ultimi mesi della Juve Stabia e che non passa dal campo, dagli spogliatoi o dalla classifica. È un filo fatto di carte societarie, procure, tribunali, sequestri e passaggi di proprietà. Una storia nella quale una società professionistica è stata prima sottoposta ad amministrazione giudiziaria per una vicenda legata al condizionamento mafioso dell’indotto, poi ceduta per la cifra simbolica di un euro, successivamente sequestrata e infine affidata a un nuovo gruppo imprenditoriale che, nel giro di poche settimane, è stato travolto da due distinti provvedimenti giudiziari legati alle attività nel settore edilizio. La fotografia scattata il 24 settembre 2026 è impietosa: quasi 153 milioni di euro di crediti d’imposta sequestrati a società riconducibili ad Alfredo Guerri, un provvedimento interdittivo che gli vieta di esercitare attività d’impresa e, sul versante sportivo, l’uscita di Guerri dal consiglio di amministrazione della Juve Stabia. Ma per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna tornare indietro. E fermarsi davanti a quella cifra che, riletta oggi, assume un significato quasi surreale: un euro. Il 17 aprile la Brera Holdings trasferisce la proprietà della Juve Stabia alla Stabia Capital di Francesco Agnello. Prezzo dell’operazione: un euro. La società acquirente, secondo quanto ricostruito negli atti richiamati dal Tribunale di Napoli, era stata costituita appena quattro giorni prima e disponeva di un capitale sociale di 2.000 euro. Il passaggio avviene mentre il club è già sottoposto ad amministrazione giudiziaria. La situazione della Juve Stabia non è dunque quella di una normale società calcistica alle prese con un ordinario cambio di proprietà: il club è già dentro un procedimento che nasce dai sospetti di condizionamento mafioso dell’attività economica legata alla società. Ed è proprio il modo in cui avviene quella cessione a finire sotto la lente del Tribunale. Il provvedimento parla di un’operazione quantomeno «allarmante». Gli atti  riferiscono inoltre che la dismissione sarebbe avvenuta senza un’interlocuzione con il Tribunale e che l’amministratore giudiziario aveva rappresentato alla Direzione nazionale antimafia la preoccupazione che la società potesse essere portata alla bancarotta. Poi c’è il profilo di Agnello. Il Tribunale richiama una precedente misura di prevenzione adottata a Roma e una condanna per bancarotta fraudolenta. Sono elementi che non autorizzano, da soli, a formulare nuovi giudizi di colpevolezza, ma che rendono inevitabile una domanda: quali verifiche furono compiute prima che quell’operazione potesse arrivare a compimento? Perché un euro può essere un prezzo simbolico. Ma quando a quel prezzo passa una società di calcio professionistica, dentro una situazione giudiziaria già delicatissima, il simbolismo diventa una questione istituzionale. A maggio arriva il sequestro delle quote e dell’intero patrimonio della Juve Stabia.Il provvedimento mira a impedire che il patrimonio del club possa essere disperso o sottratto e riporta al centro dell’attenzione proprio quel passaggio di proprietà. La domanda, a quel punto, è semplice: come si è potuto arrivare a una vendita del genere? Non è una domanda rivolta soltanto a chi ha firmato l’atto. È una domanda che riguarda l’intera filiera dei controlli. Perché la Juve Stabia, in quel momento, non era una società qualsiasi. Era una società già sottoposta alla lente della magistratura e dell’amministrazione giudiziaria. Eppure il passaggio di mano era avvenuto. Poi entra in scena Alfredo Guerri. L’imprenditore rileva il club attraverso Domus e ottiene il via libera all’operazione. La Juve Stabia cambia nuovamente pelle e, dopo settimane di incertezza, sembra finalmente avere trovato un approdo. È il momento in cui la parola «ripartenza» torna nel vocabolario della società. Solo che quella ripartenza dura pochissimo. Il 21 luglio la Guardia di Finanza sequestra oltre 14,5 milioni di euro di crediti fiscali e il complesso aziendale e le quote di due società riconducibili a Guerri, nell’ambito di un’indagine della Procura di Napoli Nord sul Superbonus 110 per cento. Secondo l’accusa, sarebbero stati generati crediti d’imposta in assenza dei presupposti, attraverso la certificazione di lavori edilizi non eseguiti o non completati. La documentazione sarebbe stata poi utilizzata per ottenere i crediti e trasferirli successivamente ad altri soggetti e istituti di credito. Sono, naturalmente, contestazioni investigative che dovranno essere sottoposte al vaglio giudiziario. Ma il dato politico-societario è un altro: la società che aveva appena acquisito la Juve Stabia finisce sotto sequestro. E a quel punto diventa inevitabile chiedersi se, prima di affidare il club a Guerri, fosse stato possibile conoscere l’esistenza degli accertamenti che riguardavano il suo gruppo imprenditoriale. Qui occorre evitare scorciatoie. Non è corretto affermare che Guerri fosse già condannato o che fosse già riconosciuto responsabile delle contestazioni oggi mosse dalla Procura. Non lo era. Ma l’inchiesta sul Superbonus non nasce il 24 settembre. Il primo sequestro arriva il 21 luglio e riguarda un’attività investigativa che aveva già prodotto accertamenti e acquisito elementi prima di quella data. Oggi, inoltre, la Procura di Napoli Nord ha ottenuto nei confronti di Guerri il divieto di esercitare attività imprenditoriali, misura collegata alla precedente indagine. La questione, dunque, non è stabilire oggi una colpevolezza che spetta ai giudici. La questione è capire che cosa fosse noto, a chi e quando. Se esistevano accertamenti in corso, quali informazioni erano state acquisite? Chi le ha valutate? Quali controlli sono stati effettuati sul soggetto che si proponeva di rilevare una società già sottoposta ad amministrazione giudiziaria? E soprattutto: perché una storia già segnata da un passaggio proprietario così controverso non ha imposto una verifica ancora più rigorosa sul successivo acquirente? Sono domande che non hanno bisogno di una sentenza per essere poste.

Il 24 settembre la vicenda esplode definitivamente. La Guardia di Finanza sequestra quasi 153 milioni di euro di crediti d’imposta riconducibili a due società edili legate a Guerri. Secondo la Procura di Napoli, i crediti sarebbero stati generati tra il 2021 e il 2024 attraverso attestazioni relative a lavori del Superbonus 110 per cento parzialmente o mai realizzati. I cantieri finiti sotto esame sono 64. È una cifra enorme. E soprattutto è una contestazione che riguarda un periodo temporale precedente all’ingresso di Guerri nella Juve Stabia. Ancora una volta: questo non equivale a una condanna. Ma cambia radicalmente il quadro. Perché nello stesso giorno arriva anche la misura interdittiva: Guerri non può esercitare attività d’impresa per un anno sulla base del provvedimento del gip di Napoli Nord. E la Juve Stabia torna, inevitabilmente, al centro della scena. La conseguenza sul club è immediata. Guerri viene estromesso dal consiglio di amministrazione e viene nominato un nuovo organo amministrativo. Alla presidenza viene indicato Alfonso Morrone, affiancato da Salvatore Scarpa e Mario Ferrara. La società, insomma, cambia ancora una volta governo. Nel frattempo il Tribunale federale nazionale infligge alla Juve Stabia altri due punti di penalizzazione, collegati alla documentazione sui requisiti di onorabilità nella precedente fase societaria. La penalizzazione si aggiunge ai due punti già sottratti in precedenza. È il paradosso più amaro di tutta questa storia. Mentre la squadra dovrebbe occuparsi soltanto del campionato, il club continua a pagare sul campo le conseguenze di vicende che nascono fuori dal campo. Il problema non è soltanto Guerri. Sarebbe troppo facile chiudere tutto con un nome e un cognome. Guerri oggi è al centro di una pesante inchiesta. Ha diritto alla difesa e alla presunzione di non colpevolezza. Saranno i giudici, non i giornali, a stabilire le responsabilità penali. Ma la vicenda Juve Stabia pone un problema più grande. Chi ha gestito il sistema dei controlli? Perché prima c’è stato Agnello. Poi Guerri. Prima un’acquisizione a un euro finita sotto la lente del Tribunale. Poi una nuova proprietà coinvolta, poche settimane dopo l’acquisizione, in un’indagine sul Superbonus e successivamente colpita da un nuovo, enorme sequestro. È difficile considerare tutto questo come una normale successione di incidenti societari. La domanda riguarda il metodo. Riguarda le verifiche. Riguarda i requisiti di onorabilità. Riguarda le informazioni disponibili. Riguarda la qualità delle valutazioni compiute prima di consentire a un nuovo soggetto di assumere il controllo della società. La Juve Stabia non è un giocattolo. C’è poi un elemento che troppo spesso scompare dietro i comunicati e i provvedimenti. La Juve Stabia è una squadra di calcio, ma è anche una parte dell’identità di una città. Ha tifosi, dipendenti, calciatori, tecnici, fornitori e un’intera comunità che non può essere costretta ogni pochi mesi a chiedersi chi sarà il prossimo proprietario e quale sarà la prossima tegola giudiziaria. La società era stata sottoposta ad amministrazione giudiziaria proprio per proteggerla da un contesto considerato problematico dagli investigatori. Per questo la sequenza successiva assume un significato ancora più delicato. Dopo un’amministrazione giudiziaria arriva una cessione a un euro. Quella cessione viene sequestrata. Arriva una nuova proprietà.Quella proprietà finisce sotto inchiesta. Prima vengono sequestrati 14,5 milioni. Poi quasi 153 milioni. Infine il proprietario viene interdetto dall’attività d’impresa e lascia il consiglio di amministrazione del club. Non è più soltanto una questione di proprietari. È una questione di controlli. A questo punto la città ha diritto a delle risposte. Chi autorizzò, o comunque consentì, il passaggio della Juve Stabia ad Agnello per un euro? Perché una società costituita appena quattro giorni prima della compravendita poté diventare proprietaria del club? Quali verifiche furono compiute sul nuovo acquirente? Perché la situazione giudiziaria e patrimoniale dei potenziali proprietari non è stata valutata con criteri tali da impedire nuovi terremoti? E, soprattutto, quali informazioni erano disponibili quando Guerri è stato scelto per rilevare una società che proveniva già da un’amministrazione giudiziaria? Sono queste le domande che meritano una risposta. Non perché si debba sostituire un processo con un articolo. Ma per una ragione opposta: perché proprio quando una società è uscita da una vicenda giudiziaria tanto delicata, i controlli avrebbero dovuto essere più severi, non più deboli. La Juve Stabia non può essere ceduta per un euro come se fosse un bene da liquidare, sequestrata pochi giorni dopo, ricollocata nelle mani di un nuovo proprietario e poi nuovamente travolta dalle procure. Il calcio può sopportare una retrocessione. Può sopportare una stagione sbagliata. Può sopportare persino un presidente contestato dalla tifoseria. Quello che non dovrebbe essere costretto a sopportare è l’assenza di una risposta convincente alla domanda più elementare: chi controlla davvero chi entra nella proprietà di una società professionistica? Perché alla fine, dietro i 153 milioni sequestrati, dietro i 14 milioni e mezzo del primo provvedimento, dietro quell’euro diventato il simbolo di una cessione mai chiarita fino in fondo, c’è una sola cosa che rischia di costare davvero cara alla Juve Stabia: la credibilità delle istituzioni chiamate a proteggerla.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »