Umbria

In mostra il ritmo visivo dell’anima: a Perugia le opere di Mario Consiglio

Esiste un punto di contatto segreto tra l’onda cavalcata da un surfista, l’improvvisazione di un sassofonista sul palco e la materia che prende forma sotto le mani di un artista. Questo punto d’incontro ha un nome ben preciso: si chiama ritmo, o meglio, Groove. Ed è proprio “Groove. Surfing Jazz Waves” il titolo della nuova, magnetica mostra di Mario Consiglio, ospitata negli spazi della galleria Spazio di via Bonazzi a Perugia, dove proseguirà fino a settembre.

L’esposizione si presenta come un percorso di opere inedite in cui tradizioni antiche, leggende, materia e colore si intrecciano in un dialogo capace di evocare emozioni profonde e ancestrali. Al centro del progetto si staglia una potente analogia con la musica jazz, intesa come massima espressione di libertà, contaminazione e capacità di “surfare” continuamente tra mondi e culture differenti.

Fotogallery Andrea Adriani

Il cuore della mostra è guidato da opere che richiamano esplicitamente la forma delle tavole da surf. Ciascuna di esse rappresenta un universo a sé stante, un labirinto di forme e colori che cattura lo sguardo esattamente come il dialogo improvvisato tra i musicisti rapisce l’ascoltatore. Ma l’esperienza non è solo visiva, è soprattutto fisica. Le superfici di queste tavole sono sorprendentemente tattili; le diverse texture e la consistenza dei materiali inducono quasi involontariamente lo spettatore a protendersi, ripetendo lo stesso gesto istintivo di un musicista che allunga la mano verso il proprio strumento prima di una jam session.

Questa componente tattile è un vero e proprio marchio di fabbrica nell’esposizione. Lo si ritrova nei Targets, opere circolari dai colori intensi e dal centro convesso simile a un pulsante. Davanti a esse si attiva la curiosità: la voglia di premere quel centro per scoprire quale suono, o quale vibrazione interiore, si sprigionerà. Nel jazz esiste una regola non scritta chiamata Continual Negotiation toward Dynamic Synchronisation (negoziazione continua verso una sincronizzazione dinamica): i musicisti si ascoltano e regolano tempo e volume per convergere verso una meta comune, un groove condiviso. I Targets di Consiglio sembrano proprio rappresentare quel punto di arrivo: l’ultima nota, la corda che aspetta di essere pizzicata, o il centro di un vinile in trepidante attesa del tocco di un dito.

Contrariamente a quanto pensano i neofiti, il jazz non è caos, ma una delle strutture musicali più rigide e disciplinate che esistano, basata sull’uso di regole minime per ottenere la massima flessibilità. Un concetto che si riflette perfettamente in Run-Dom, un grande tondo composto da segmenti arancioni, neri e grigi. I suoi archi leggermente disallineati generano dinamiche visive infinite, un puzzle mentale in cui l’osservatore cerca una disposizione perfetta che non troverà mai. Perché nel jazz, così come nell’arte di Consiglio, la perfezione non è l’obiettivo: l’energia nasce dal non sentirsi mai completamente soddisfatti e dall’accogliere l’errore e l’inciampo come un’irripetibile occasione di scoperta.

Il viaggio prosegue poi tra i contrasti di Mosca Cieca, un’opera nera dove la ricerca avviene al buio, affidandosi al tatto e cogliendo riflessi fugaci dietro lettere opache in rilievo, fino alle tensioni di White Croc, una superficie rettangolare bianca che evoca le mascelle di un rettile e il brivido del rischio. C’è un’aura quasi magica e aliena che avvolge la mostra, esplicitata nei tre enigmatici teschi in ceramica realizzati con un’antica tecnica tradizionale giapponese. Testimoni del tempo, sembrano quasi le reliquie di antichi sciamani o dei primi, ultraterreni musicisti che hanno piantato sulla Terra i semi dell’improvvisazione.

A spiegare la genesi di questo sincretismo culturale è lo stesso Mario Consiglio: «Queste opere raccontano una cultura plurale, in continua trasformazione, che cerca nell’incontro tra mondi diversi una possibilità di unione, dialogo e pace». Nelle sue creazioni convivono e si mescolano la cultura occidentale del surf, il gotico medievale europeo, scudi africani, decorazioni balinesi e islamiche, simbologie maori, buddhiste e cattoliche, ma anche l’immaginario di Edgar Allan Poe, il cinema di David Lynch, la filosofia di Nietzsche e la sensibilità post-punk. «Non si tratta di una semplice raccolta di riferimenti – conclude l’artista – ma della ricerca di un linguaggio nuovo. Siamo tutti una somma e una sintesi: non un’identità chiusa, ma una forma in continua evoluzione».

Proprio come in un concerto jazz, davanti alle opere di Mario Consiglio non serve chiedersi il perché di ogni singola sfumatura o da dove nasca un’intuizione. Il “consiglio” per il visitatore è solo uno: rilassarsi, dimenticare i testi critici e lasciare che l’anima surfi liberamente sulle onde della propria immaginazione.

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