Abruzzo

in Italia il rapporto pensioni-occupati è ormai di uno a uno, ma Pescara è in controtendenza


Nel 2025 in Italia si contavano 24,1 milioni di occupati e quasi 23,2 milioni di pensioni erogate, con un rapporto ormai vicino a uno a uno, mentre negli anni Ottanta c’erano tre lavoratori per ogni pensione. In questo quadro, Pescara rappresenta una delle poche eccezioni nel Mezzogiorno: nella provincia il saldo tra occupati e pensioni erogate è positivo per 3.454 unità. 

È quanto emerge dall’analisi dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre rilanciato dalle agenzie di stampa, che rappresenta un vero e proprio allarme sugli effetti della denatalità e dell’invecchiamento della popolazione sul mercato del lavoro e sulla tenuta del sistema previdenziale. 

Tra il 2025 e il 2029, secondo le previsioni riportate dalla Cgia, saranno circa tre milioni gli italiani destinati a uscire dal mercato del lavoro. Di questi, 2.244.700, pari a circa il 74% del totale, interesseranno le regioni centro-settentrionali. Un ricambio generazionale che rischia di mettere in difficoltà soprattutto le imprese, già alle prese con la carenza di manodopera e con la difficoltà di reperire figure professionali altamente specializzate. 

Pescara eccezione con sole altre quattro province

Il saldo positivo di Pescara la colloca tra le sole quattro province del Mezzogiorno in cui gli occupati superano le pensioni erogate. Oltre al capoluogo adriatico, con +3.454, figurano Catania con +475, Matera con +1.127 e Ragusa, che registra il margine più ampio con +16.241. Nel complesso, però, tutte le regioni meridionali presentano un saldo negativo tra occupati e pensioni: le differenze più marcate si registrano in Puglia, con -263.020, Calabria, con -220.349, e Sicilia, con -186.462. 

Denatalità, invecchiamento poca occupazione e troppo lavoro irregolare al sud 

La Cgia sottolinea che il divario nel Mezzogiorno non dipende soltanto dalle pensioni di vecchiaia e anticipate, ma anche dall’elevata diffusione dei trattamenti assistenziali e di invalidità. Alla base dello squilibrio ci sarebbero quattro fenomeni collegati tra loro: denatalità, progressivo invecchiamento della popolazione, un tasso di occupazione tra i più bassi dell’Unione europea e la presenza di numerosi lavoratori irregolari. Fattori che riducono la platea degli occupati regolari e aumentano quella dei percettori di prestazioni di welfare. 

Il problema dell’età della forza lavoro

Le difficoltà non riguardano soltanto il rapporto tra lavoratori e pensioni, ma anche l’età della forza lavoro. Nel 2024, a livello nazionale, gli over 50 rappresentavano il 32,7% dei dipendenti privati. La quota più elevata si registrava in Friuli Venezia Giulia, con il 35,7%, seguita da Liguria, con il 35,6%, Basilicata, con il 35,1%, e Toscana, con il 34,5%. 

Per le imprese, soprattutto quelle di piccole dimensioni, l’uscita dei lavoratori più esperti rischia di tradursi in una perdita di competenze difficilmente compensabile in tempi brevi. A preoccupare è anche l’andamento della spesa previdenziale. Nel 2026 dovrebbe raggiungere i 351,8 miliardi di euro, il 2,7% in più rispetto all’anno precedente. A legislazione vigente, nel 2029 la spesa è stimata in 388,6 miliardi, con un aumento di 36,8 miliardi, pari al 10,5%. Per contenere gli effetti delle uscite dal mercato del lavoro, la Cgia indica la necessità di ampliare la platea degli occupati, favorendo soprattutto l’ingresso di giovani e donne. 

Nonostante negli ultimi quattro anni l’occupazione italiana sia aumentata di 1,2 milioni di unità, il Paese resta infatti nelle ultime posizioni europee per il tasso di occupazione femminile e giovanile. Una sfida che, secondo l’associazione, riguarda direttamente il futuro del sistema economico nazionale.


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