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In Iraq processi di massa per i sospetti militanti dello Stato islamico, minorenni inclusi

All’inizio dell’anno, dai centri di detenzione del nordest della Siria sono state trasferite in Iraq 5704 persone che vi erano state trattenute per anni perché sospettate di far parte del gruppo denominatosi Stato islamico, sconfitto nel 2019. Quelle 5704 persone rappresentano quasi mezzo mondo, 67 paesi: centinaia di loro sono siriani e iracheni ma ci sono anche cittadini di altri 14 Stati arabi e di 19 Stati dell’Unione europea. Tra loro, almeno 157 minorenni. I procedimenti nei loro confronti sono iniziati a blocchi: una prima sessione il 20 settembre, un’altra il 5 ottobre e così via.

Sulle spalle del sistema giudiziario iracheno c’è una responsabilità enorme, compresa quella di gestire aspetti logistici e minacce alla sicurezza. Una responsabilità che, evidentemente, non hanno voluto condividere i 19 Stati europei che hanno rinunciato a riprendere i loro connazionali e a processarli in patria: li avrebbero sottoposti a un giusto processo e avrebbero potuto anche ricostruire la rete globale di radicalizzazione e arruolamento dello Stato islamico.

Amnesty International ha evidenziato il rischio che nei confronti degli imputati venga applicata una giustizia sommaria: non solo per il loro numero elevato ma anche per la nota arbitrarietà delle procedure irachene, la mancanza di trasparenza, l’uso di prove estorte con la tortura durante gli interrogatori e il frequente ricorso alla pena di morte: alla fine di settembre ci sono state dieci impiccagioni per terrorismo.

Con ogni probabilità, le accuse per tutti deriveranno dalla legge antiterrorismo n. 13 del 2005, criticata dalle organizzazioni per i diritti umani per la sua vaghezza e l’ampiezza della definizione dei reati.

Rispetto agli almeno 157 minorenni che andranno a processo, che hanno trascorso anni nei centri siriani con le madri per poi esserne separati al momento della destinazione in Iraq, occorrerebbe applicare specifici standard della giustizia minorile: un ragazzino di 11 anni, della cui libera volontà di aderire a un gruppo armato è lecito dubitare, dovrebbe essere considerato una vittima prima che un attentatore o un omicida.

Ma in una regione permanentemente in fase di conflitto o, quando va bene, di post-conflitto, nel disinteresse della comunità internazionale e con la progressiva fine degli aiuti umanitari, chi potrebbe assicurare soluzioni come l’affido a strutture comunitarie o pene alternative al carcere?


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