il suo diario di prigionia pone domande scomode
Mai più avrei pensato, io, tutt’altro che pacifista e non credente (in senso tradizionale), di ritrovarmi a condividere e recensire un testo di un monaco buddista. Ma quel monaco io lo conosco da anni e soprattutto, nel caso, ha partecipato ad una missione della Flotilla in soccorso della popolazione di Gaza.
Quel monaco si chiama Claudio Torrero (Dharmapala) e il saggio che ha scritto riguarda l’esperienza vissuta sulla Flotilla (in particolare la nave Conscience) l’autunno scorso: si intitola Sull’arca e dentro la balena, dove l’arca è l’imbarcazione che parte in soccorso dei palestinesi e la balena invece richiama l’esperienza del profeta Giona dentro il ventre della balena, ossia, nel caso, la prigionia ad opera dell’esercito israeliano. Il libro si apre con i pensieri e i sentimenti che l’autore prova prima e durante il viaggio di avvicinamento, in parte dettati dalla certezza che l’operazione cui egli partecipa non andrà, letteralmente, in porto perché tutti sull’”arca” si è coscienti che l’esercito israeliano bloccherà queste e le altre imbarcazioni in acque internazionali (in passato fece di peggio, uccidendo dieci attivisti di una Flotilla).
Le pagine dipingono tuttavia una situazione di pace interiore, anche se mista comprensibilmente ad ansia. Pace interiore destinata a trasformarsi in ben altro quando avviene l’incontro/scontro con i soldati israeliani che salgono a bordo dell’imbarcazione in acque internazionali e ne sequestrano gli attivisti, che poi vengono fatti inginocchiare nel porto di attracco di Ashdod ed in seguito rinchiusi nel carcere del Negev Ketziot, come se fossero delinquenti comuni (ma gli israeliani a tutta evidenza li ritengono tali).
Due giorni caratterizzati dall’ira nei confronti di questi carcerieri e di chi li comanda a tutti i livelli. Ira alimentata anche dalle condizioni cui vengono sottoposti i “prigionieri”: negazione delle medicine necessarie (l’autore è cardiopatico), niente carta igienica, un unico piatto a pranzo per otto. La volontà di sottoporre ad umiliazione, dunque. “Mi era chiaro che si sentono, costoro, popolo eletto nel senso che è per me più blasfemo intendere: cioè una sorta di razza superiore a cui deve essere permesso quello che non lo è a nessun altro. Ecco, questo vedevo in costoro; in persone spesso rozze, la cui brutalità non è però un tratto del carattere o qualcosa che le circostanze suscitano, ma è come freddamente calcolata, e scaturisce da una convinzione inattaccabile. Una convinzione che non esito a dire religiosa.” (leggasi ciò che pensa al riguardo il teologo Vito Mancuso).
Il libro è una testimonianza, certo, ma invita un po’ a mio modo di vedere, inconsciamente a porsi e a riflettere su alcune questioni. Leggendo di questi soldati, viene da chiedersi: esiste dunque un dio cattivo? Un dio che giustifica le migliaia di morti innocenti, di cui anche bimbi volutamente uccisi con un colpo alla testa? E anche quelle persone come i giornalisti che raccontano quel che accade laggiù?
Si calcola che ne abbiano uccisi deliberatamente 289. E, a proposito dei giornalisti che raccontano, che denunciano, è forse questa la motivazione israeliana di agire contro il diritto internazionale sequestrando pacifiche persone in acque internazionali? Non devono vedere le condizioni cui hanno ridotto i superstiti palestinesi di Gaza? Poi la mente corre, è ovvio, anche al sostegno internazionale di cui gli israeliani godono: l’autore è cittadino di un paese come l’Italia che ha di fatto sostenuto il genocidio e che tollera la persistente occupazione di territori da sempre palestinesi ben sapendo che non scorta le imbarcazioni a scopo umanitario ben spendo che saranno sequestrate in acque internazionali.
Infine, ultima domanda che mi sovviene. Occorre distinguere tra israeliani (Israele non è una dittatura, questo governo è stato eletto democraticamente e gode ancora di popolarità (e addirittura ci sono formazioni politiche ancora più a destra) ed ebrei. L’autore stesso è amico di ebrei che prendono le distanze dalla politica israeliana. Ma quante sono le voci ebraiche, soprattutto di comunità ebraiche, non singole persone, che si levano nel mondo per condannare quel genocidio riconosciuto anche dall’Onu? Domanda…
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