Il Sigillo che non sigilla più
13.02.2026 – 17.50 – C’era un tempo in cui un sigillo non si concedeva: si imprimeva. In quel gesto c’erano autorità e responsabilità, il peso di un atto che non ammetteva leggerezze. Il Sigillo trecentesco di Trieste nasce in quell’orizzonte: è la riproduzione dell’antico strumento con cui il Comune autenticava i propri documenti e affermava la propria identità pubblica. Non un omaggio formale, ma una firma collettiva, il segno tangibile di una comunità che si riconosceva in un simbolo. Oggi, invece, quel segno rischia di somigliare più a una cortesia istituzionale che a un atto solenne. Nessuno mette in discussione il valore storico del simbolo. Le sue radici affondano nel Trecento, in un’epoca in cui le città difendevano l’autonomia con le armi e con la carta bollata. Il sigillo era il marchio della comunità, non del singolo. Proprio per questo, la sua trasformazione in riconoscimento onorifico comporta una responsabilità ulteriore: chi lo riceve dovrebbe rappresentare, in modo chiaro e indiscutibile, un contributo straordinario alla città.
Il nodo è la soglia. Sempre la soglia.
Negli ultimi anni i conferimenti si sono succeduti con una regolarità che fatica a conciliarsi con l’idea di eccezionalità. Le cronache locali parlano di quasi 180 sigilli assegnati in poco più di un decennio: una media superiore alla dozzina l’anno. Non episodi sporadici. Non rarissime eccezioni. Una cadenza stabile, quasi routinaria. Non si tratta di negare che vi siano stati destinatari pienamente meritevoli. Sarebbe ingiusto. Ci sono persone e realtà che hanno dato lustro a Trieste in modo concreto, misurabile, talvolta anche su scala internazionale. Ma accanto a questi casi, è difficile non notare come la generosità dell’istituzione abbia finito per appiattire le differenze. Quando il criterio sostanziale si riduce alla proposta politica e alla successiva approvazione formale, senza parametri stringenti e verificabili pubblicamente, il riconoscimento perde peso specifico. Un’onorificenza vive di rarità. Se diventa frequente, si inflaziona. È una legge non scritta, ma severa. Come la moneta: più ne immetti in circolazione, meno valore conserva. Il Sigillo trecentesco non è – o non dovrebbe essere – una medaglia di partecipazione. Non il premio di fine stagione, né la ratifica elegante di un consenso già consolidato. Dovrebbe segnare una linea netta tra il merito ordinario e quello straordinario.
C’è poi una dimensione etica che non può essere ignorata. Un simbolo medievale richiama l’idea di una comunità compatta, capace di distinguere il valore dall’opportunità. Se oggi quel simbolo viene distribuito con larghezza, il messaggio implicito è che tutto sia equivalente: che ogni contributo, purché visibile o gradito, possa essere elevato allo stesso rango. Ma una città che non distingue più finisce per non riconoscere davvero nessuno. Il paradosso è evidente: nel tentativo di includere si svuota, nel tentativo di celebrare si banalizza. E il Sigillo, nato per autenticare atti solenni, finisce per autenticare l’abitudine. Forse è il momento di una riflessione sobria. Non per togliere a qualcuno ciò che ha ricevuto, ma per restituire al simbolo la sua gravità. Perché un sigillo, per sua natura, non serve a decorare: serve a certificare. E se certifica tutto, allora non certifica più nulla.
[f.v.]



