Trentino Alto Adige/Suedtirol

Il saluto del dottor Pierpaolo Bertoli: “Lascio l’Asl, in 37 anni medicina trasformata” – Cronaca



BOLZANO. «Ultimissimi giorni di lavoro. Venerdì 28 novembre saluto tutti e chiudo. Mi spiace. Dentro l’Asl è corsa tutta la mia vita professionale». E adesso? «Mi sto guardando intorno, vediamo». Pierpaolo Bertoli, meranese, 64 anni il 2 novembre, tre figli di 36, 34 e 28 anni, lascia l’Azienda sanitaria dopo esserci entrato nel 1988, subito dopo il militare. Quando la leva era obbligatoria. «I primi passi li ho fatti alla guardia medica, accanto al Pronto soccorso del San Maurizio. Mesi importanti, di formazione».

Specialista in Medicina dello Sport, Ortopedia-Traumatologia ed Igiene è stato vicedirettore e quindi direttore medico del Tappeiner di Merano e coordinatore sanitario. In seguito direttore sanitario reggente di tutta l’Asl – poi dopo la nomina di Josef Widmann – chiude da vicedirettore Asl e coordinatore sanitario del Comprensorio di Bolzano.

E adesso?

Più tempo per qualche viaggio. Mia figlia maggiore vive in Australia e vorrei presto andare a trovarla. Poi c’è sempre la moto, per me libertà vera.

Lei è stato prima medico e poi tra i vertici dell’Azienda. Quale è stato il suo primo incarico in ospedale?

Ero a Medicina dello sport, che all’inizio era anche medicina del lavoro, servizio tutto nuovo istituito da Franco Tomazzoni. Ci sono stato per nove anni. Da noi venivano tantissimi atleti per i controlli di rito. E quando capitavano girava voce in tutto l’ospedale e c’era qualche collega che veniva a buttare l’occhio. Tra tanti che ricordo Christian Ghedina, Isolde Kostner, Tania Cagnotto e poi gli hockeisti. Robert Oberrauch, Gino Pasqualotto, Lucio Topatigh “il falco di Gallio”. Delle star. Bellissima esperienza. Ricordo che in un’occasione era stato organizzato il camper-ambulatorio per le valutazioni sul campo dei triatleti a Bardolino. Un lavoro in team Interessante e divertente.La sua una carriera andata veloce, si è trovato da direttore sanitario Asl reggente, in piena tempesta Covid.

Cosa le è rimasto della pandemia?

La certezza che la calma è apparente, che non si impara mai abbastanza e che anche se pensiamo di poterlo fare, non sempre siamo in grado di gestire tutto. Per questo le antenne devono restare sempre alte. Ricordo il 24 febbraio 2020 il primo positivo, un trentenne di Terlano che si era contagiato in Lombardia. Il primo paziente ci è arrivato in Rianimazione il 9 marzo 2020, giorno in cui è scattato il primo lockdown. E in tre settimane sono diventati più di 50. Non sapevamo come gestirli, sentivamo i colleghi della Lombardia. Giorni terribili. Ricordo bene la prima vittima, a metà marzo 2020. Una donna di 85 anni e c’era stato un decesso anche in Trentino. A fine marzo 2020 un giorno ci siamo guardati, non sapevamo se avremmo avuto posto per tutti. Il 16 novembre 2020 con la seconda ondata, la più dura, i nostri ospedali si sono trovati a gestire 535 pazienti gravi.

La prima luce?

L’inizio delle vaccinazioni il 27 dicembre 2020. Molti hanno perso la memoria, ma è successo e con questo ci siamo confrontati. Abbiamo avuto più di 1.600 vittime e 300.000 contagiati.

In 37 anni lei ha visto la Medicina trasformarsi

Assolutamente. Tutti i settori clinici hanno subito un’accelerata impensabile. L’Oncologia ha fatto passi da gigante tra screening, diagnosi precoci, terapie innovative e farmaci a bersaglio molecolare. È un’altra storia, Lo stesso vale per Ematologia – una volta la diagnosi di leucemia significava una prognosi sfavorevole oggi non più – e poi penso a Malattie infettive. Di Aids si moriva, adesso ci sono prospettive di cura importanti. Pochi esempi, sarebbero centinaia.

Strumenti diagnostici futuribili rispetto a 40 anni fa 

E poi negli ospedali fa ingresso l’Intelligenza artificiale. Oggi la tecnologia nei nostri ospedali è all’avanguardia. Una volta la Pet (tomografia a emissione di positroni) non esisteva. La Risonanza magnetica degli anni ’90 neanche lontanamente paragonabile a quella di oggi, anche la Radioterapia era agli inizi per non parlare della diagnostica di Laboratorio e Anatomia patologica che grazie a nuovi marcatori ci consente di individuare patologie in modo più preciso e guidare le nuove opzioni terapeutiche. Un’altra storia.

In quarant’anni lei ha visto modificarsi anche la tipologia dei pazienti.

Si è vero. L’aspettativa di vita è quasi “esplosa”. Quando sono entrato un paziente di 65 anni era già considerato relativamente anziano. Oggi vengono operati con buoni risultati over 90. Era impensabile.

Il lavoro dei medici non è più lo stesso. In corsia si registra stress, malcontento. Lei cosa dice?

Quando sono entrato il medico aveva tempo per parlare con il paziente. Per ascoltarlo. Oggi i colleghi si lamentano della burocrazia e della necessità di rispettare tempistiche precise per le prestazioni. È vero, c’è malcontento, stress, sovraccarico, capisco che per i giovani non sia facile e poi c’è il fenomeno nuovo e preoccupante delle aggressioni. Una volta c’era più spazio per la leggerezza e forse c’erano più soddisfazioni. Oggi è facile sentirsi parte di un sistema che ti trascina. Poi è vero, manca personale o meglio non è abbastanza per tutti i nuovi servizi ed esigenze assistenziali. Ci sono sempre meno medici e infermieri di quanti ne occorrano ma il problema è globale. È un peccato, perché le potenzialità dell’Asl sono altissime, come del resto le richieste della popolazione. Il personale che c’è fa più di quel che può. Ve lo posso garantire. L’ho visto dare il massimo. E farlo tutti i giorni, abbiamo delle persone straordinarie. Venerdì 28 novembre ultimi saluti. Sono stati 37 anni pieni ed emozionanti.




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