Ambiente

Il risparmio previdenziale per finanziare la crescita

L’Italia dispone di ingenti risorse generalmente dimenticate nel dibattito sulla crescita economica: i risparmi previdenziali delle famiglie. Le forme di previdenza complementare gestiscono infatti 260 miliardi di euro, una massa finanziaria che continua a crescere grazie alle nuove adesioni e alla dinamica dei rendimenti. Si tratta di capitali “pazienti”, che potrebbero contribuire in grande misura allo sviluppo produttivo del Paese. Eppure, questo potenziale resta in larga parte inutilizzato. Secondo i dati Covip, solo il 19,4% delle risorse della previdenza complementare è investito in Italia, e appena il 5,3% è destinato direttamente all’economia reale nazionale. Nel caso dei fondi pensione negoziali, che nascono dalla contrattazione tra le parti sociali, la quota degli investimenti nelle imprese italiane non arriva al 3% del patrimonio.

Si badi bene: non manca la volontà di investire nel Paese, come dimostrano i progetti di Assofondipensione, l’associazione dei fondi negoziali, in questa direzione. Il problema è in larga misura strutturale. La borsa italiana pesa meno dell’1% sulla scena globale e il nostro mercato degli investimenti alternativi – private equity, venture capital, private debt – è poco sviluppato e presenta livelli di rischio e di illiquidità poco compatibili con gli investitori previdenziali, in assenza di adeguati strumenti di mitigazione. Per questa ragione ho proposto, anche in audizione presso la Commissione parlamentare di controllo sugli enti previdenziali, la creazione di uno strumento pubblico-privato capace di mobilitare il risparmio previdenziale verso investimenti diretti nell’economia italiana, introducendo meccanismi di tutela del rendimento.

Una nuova conferma della possibilità di muoversi in questa direzione proviene da una iniziativa della Regione Lazio: il programma “Lazio Venture 2”. Questo strumento, finalizzato alla crescita del venture capital (e quindi alla creazione di nuove imprese) nel territorio regionale, introduce un meccanismo di ripartizione del rischio tra capitale pubblico e capitale privato basato su ritorni asimmetrici. In sostanza, la Regione partecipa ai fondi di investimento insieme agli operatori privati accettando una distribuzione non proporzionale dei risultati. La Regione assorbe una parte delle eventuali perdite entro la soglia del 25% e, al tempo stesso, riconosce agli investitori privati una priorità nella attribuzione dei profitti quando gli investimenti hanno successo. L’obiettivo è quello di generare un “effetto leva” del capitale pubblico investito e frenare la “fuga del risparmio”, favorendo investimenti innovativi e rischiosi nel pieno rispetto della disciplina sugli aiuti di Stato.

Questa misura potrebbe agevolmente essere estesa a scala nazionale. L’obiettivo dovrebbe essere la creazione di un fondo di fondi nazionale dedicato agli investimenti in private equity, venture capital e altre forme di investimento nell’economia reale italiana, nel quale i fondi pensione possano investire con un profilo rischio-rendimento e un orizzonte coerente con la loro natura di investitori di lungo periodo. Una simile struttura potrebbe essere realizzata mediante diverse architetture istituzionali, con il coinvolgimento di Cassa Depositi e Prestiti o di altri investitori pubblici come soggetti di riferimento, con strumenti di protezione del rendimento e di condivisione del rischio pubblico-privato. Tra le possibili opzioni vi potrebbe essere anche l’istituzione di un fondo rotativo che appiani eventuali perdite e venga alimentato dai guadagni, o l’utilizzo di strumenti di garanzia pubblica come il Fondo di garanzia gestito dal Mediocredito Centrale. Ciò che conta è il principio economico: creare strumenti che permettano agli investitori previdenziali di cofinanziare lo sviluppo del sistema produttivo nazionale mantenendo un adeguato livello di tutela del risparmio delle famiglie. Il potenziale impatto macroeconomico di una iniziativa di questo tipo potrebbe essere straordinariamente significativo in termini di crescita del pil, occupazione e gettito fiscale.

Sarebbe indispensabile che il legislatore aprisse un confronto più ampio sul ruolo strategico della previdenza complementare. Negli ultimi mesi l’attenzione normativa si è concentrata soprattutto su interventi regolatori – come l’estensione della portabilità o l’inasprimento delle sanzioni – che rischiano di indebolire il sistema dei fondi pensione negoziali, senza affrontare il tema centrale: come mobilitare in modo efficace il risparmio previdenziale per sostenere la crescita dell’economia italiana. Ci auguriamo dunque che si cambi registro, puntando a rafforzare la previdenza complementare e a valorizzarne il potenziale come investitore istituzionale di lungo periodo. D’altronde in un Paese caratterizzato da elevato debito pubblico e spazi fiscali angusti, mobilitare in modo consistente il risparmio privato rappresenta la via più promettente per sostenere lo sviluppo.


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