Il restauro che stravolge la Cavallerizza Reale a Torino. Dov’è l’utilitas?
“Firmitas, utilitas, venustas”: il principio di Vitruvio, cioè i fondamenti per una buona architettura che sono “la solidità, la funzione, la bellezza” dovrebbe accompagnare sempre la progettazione di un edificio. Questa consapevolezza a volte è latente nei progettisti incaricati, più portati alla loro autocelebrazione e obnubilati dal loro ego, che alla qualità e al risultato funzionale dell’edificio affidatogli come ristrutturazione. Inoltre “l’utilitas”, la destinazione d’uso, viene trascurata e la “venustas”, interpretata come bizzarria sembra tesa a volte lasciare un segno di riconoscibilità.
Ma quali sono i criteri per una corretta destinazione d’uso in caso di riconversione di un edificio storico? Innanzitutto i bisogni pregressi della zona in cui esso è collocato, la tipologia del fabbricato, la storia. Mi riferisco ad esempio ad un complesso che ha fatto discutere quanto l’edificio di Askatasuna: la Cavallerizza reale a Torino, frutto dell’opera di Amedeo di Castellamonte, Juvarra, Alfieri, Melano, Mosca.
Questa vicenda, una storia di occupazioni selvagge, di ogni genere di illegalità consumate alla luce del sole: spaccio di droghe, somministrazione abusiva di cibo e bevande, organizzazione di feste e subaffitti degli alloggi con allacci di gas e luce fai da te, ha avuto da parte di alcuni intellettuali e di Assessori pentastellati, una benevolenza inaspettata, anzi un incoraggiamento a questo stato di cose. Ad un certo punto la situazione si è ribaltata, da simbolo dell’autogestione a centro di poteri forti: banche, istituzioni pubbliche e private, che hanno trovato in questo contenitore, i propri spazi.
C’è un aspetto però anche da considerare, che questo complesso è incastonato tra le due massime istituzioni musicali, i templi torinesi della musica lirica e sinfonica: il Teatro Regio e l’Auditorium. Uno sbocco naturale sarebbe stato farne un Polo anzi il “Borgo della Musica alta” con tutti i servizi legati a questo mondo, aperto 24h su 24 come in tante realtà europee, ma che in Italia, patria del melodramma, colpevolmente, inspiegabilmente, manca. C’è un turismo culturale di melomani da tutto il mondo, per lo più molto abbienti che tendono a rimanere diversi giorni e seguono tutti i festival lirici, sono chiamati “globetrotter con lo smoking” che sicuramente sarebbero stati attratti da una cittadella della musica con tutti i servizi ad essa collegati.
Al pari dei golfisti cercano hotel 5 stelle nelle immediate vicinanze del luogo oggetto del loro anelato viaggio culturale. Sarebbe stato per Torino un’occasione di visibilità internazionali con ricadute economiche dirette ed indotte.
Ora viceversa, guardando il progetto che ha come main sponsor la Fondazione Compagnia San Paolo e leggendo le relazioni del progettista e del gruppo bancario, si apprende di una molteplicità di funzioni tra loro non collegate ma create, sembra, per riempire gli spazi. Vengono richiamati i principi del N.E.B. “New European Bauhaus”, anziché i tre cardini classici ancora attuali. Così in una dotta relazione il progettista incaricato spiega gli ampliamenti, superfetazioni, i nuovi materiali non coevi con la fabbrica esistente ma sperimentali al fine della sostenibilità ed inclusività.
Nuove facciate, sopraelevazioni, nuove inclinazioni dei tetti che di fatto tendono a stravolgere l’unità stilistica e la composizione architettonica del complesso ma più che altro non tengono conto del contesto, il Teatro Regio e l’Auditorium: un’occasione persa per un rilancio internazionale di Torino, pari delle Olimpiadi invernali di 20 anni fa, come capitale mondiale della Cultura musicale.
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