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Il regista di Burning è su Netflix con un film coreano che ti obbliga a guardare la vita al contrario

Ci sono film che ti prendono per mano e ti accompagnano dolcemente verso la loro conclusione. E poi c’è Peppermint Candy, su Netflix, il dramma sudcoreano del 1999 diretto da Lee Chang-dong, che ti scaraventa immediatamente di fronte alla morte del protagonista e poi ti costringe a percorrere all’indietro l’intera esistenza che lo ha condotto lì. Un’operazione narrativa audace, costruita come un puzzle temporale che si ricompone al contrario, dove ogni tessera rivela non solo cosa è accaduto, ma soprattutto perché un uomo può arrivare a scegliere di non esistere più. La struttura del film è il suo marchio distintivo: Yong-ho, interpretato da Sul Kyung-gu, si toglie la vita nelle scene iniziali. Da quel momento, il regista Lee Chang-dong orchestra una serie di flashback che procedono a ritroso nel tempo, come se stessimo sfogliando un album fotografico dalla fine all’inizio, cercando di capire dove tutto è iniziato a sgretolarsi.

È un espediente che crea un doppio livello di scoperta: mentre assistiamo alle azioni sempre più discutibili del protagonista, ci chiediamo contemporaneamente cosa lo abbia trasformato nell’uomo spezzato che abbiamo visto suicidarsi. Lee Chang-dong, lo stesso regista che anni dopo avrebbe firmato il pluripremiato Burning, dimostra già in questo suo secondo lungometraggio una padronanza stilistica notevole. La regia è il punto più alto del film: ogni sequenza è costruita con una cura visiva che trasforma la Corea del Sud in un paesaggio emotivo, non solo geografico. La cinematografia cattura i dettagli con precisione chirurgica, dai primi piani devastanti sul volto di Yong-ho alle inquadrature più ampie che contestualizzano la sua esistenza in un paese attraversato da trasformazioni politiche e sociali. Ma qui arriva il nodo critico dell’opera. Yong-ho non è un protagonista con cui è facile empatizzare. Anzi, è attivamente sgradevole. Mentre procediamo a ritroso nella sua vita, lo vediamo compiere azioni violente, aggressive, moralmente discutibili.

Il film non cerca di ammorbidire questi comportamenti o di renderli più digeribili. Ci mette di fronte a un uomo che ha fatto del male, che ha ferito chi gli stava accanto, che ha tradito i propri valori. E la domanda che il film pone è brutale: possiamo comprendere come si è arrivati a questo, anche se non possiamo giustificarlo? La risposta che Peppermint Candy fornisce è, secondo alcuni, il suo tallone d’Achille. Il film punta tutto su un evento traumatico specifico che dovrebbe spiegare la trasformazione di Yong-ho da giovane innocente a uomo distrutto. Senza entrare nel merito dei dettagli per non rovinare l’esperienza a chi non lo ha ancora visto, questa “rivelazione” risulta per molti spettatori troppo semplice, quasi riduttiva. L’idea che un singolo episodio possa stravolgere completamente la personalità di una persona può sembrare una scorciatoia narrativa, una spiegazione troppo meccanica per un percorso di distruzione così articolato.

Il titolo rimanda a un simbolo di innocenza perduta che ricorre nel film, un oggetto apparentemente banale che acquista peso emotivo man mano che la narrazione si dipana. È il genere di dettaglio simbolico che può risultare poetico o, al contrario, eccessivamente costruito, a seconda della sensibilità di chi guarda. Peppermint Candy richiede dedizione e resistenza emotiva. Non è un’opera che intrattiene nel senso tradizionale del termine. È piuttosto un percorso attraverso il dolore, la violenza psicologica, la disintegrazione di un’anima. La classificazione R16 in Corea del Sud è giustificata dalla presenza di violenza, contenuti sessuali, riferimenti al suicidio e linguaggio offensivo. Per chi è disposto ad affrontare un viaggio emotivamente drenante attraverso una delle voci più interessanti del cinema coreano contemporaneo, questo film del 1999 rimane un’opera significativa, anche con tutti i suoi limiti. Un film che non si dimentica facilmente, nel bene e nel male, e che continua a porre domande scomode su cosa davvero ci renda chi siamo. Il suo regista è in concorso al Festival di Venezia con il suo nuovo film.


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