Il Made in Italy di ausili e presidi medici fa ricerca e attrae gli investitori
Nel centro racing di Rossignol-Lange, a Montebelluna (Treviso), si sentono frese e martelletti che modellano scarponi da competizione, millimetro su millimetro. Che siano gli scarponi di Federica Brignone o degli atleti paralimpici poco cambia: qui, il mondo degli atleti normodotati e paralimpici è lo stesso. Stesse competenze, stessi strumenti, stesse professionalità per dare agli sciatori scarponi perfettamente aderenti al piede o al moncone. «Sono i para atleti a contattarci per personalizzazioni in cui adattare lo scarpone alla protesi», spiega Stefano Dal Fabbro, general manager di Rossignol-Lange. È un lavoro sartoriale che parte dal calco del moncone, poi si allungano scarpe, si modificano le sagomature interne, si creano scarpette con imbottiture specifiche. Moncone, protesi, scarpone diventano un’anima sola per una cinematica che permette discese a 100 km/h.
Quel che accade al centro di prototipazione trevigiano è simile alla progettazione e alla produzione fatte alla Tecnica di Giavera del Montello (Treviso): materiali identici fra atleti olimpici e paralimpici, anche se per permettere la massima espressione dei gesti non si raggiungono livelli di rigidità del prodotto da competizione da Coppa del Mondo, preferendo caratteristiche identiche dei massimi livelli juniores normodotati. Sono storie di adattamenti personalizzati, ma l’industria italiana dei presidi e degli ausili per la mobilità è molto più ampia e variegata ed è stata oggetto di una ricerca realizzata dall’Area Studi Mediobanca.
L’analisi si concentra sulle società italiane con fatturato superiore ai 5 milioni che producono presidi ortopedici e ausili per la mobilità: sono 51, per la quasi totalità con stabilimenti in Italia, e, nel 2024, hanno fatturato più di 1,3 miliardi (crescita stimata nel 2025: +5%), dando lavoro a oltre 5mila persone. Fanno parte della più ampia industria mondiale del MedTech (Medical Technologies), che vale 650 miliardi di dollari, con attese di crescita del 5% annuo nel breve periodo nonostante l’incertezza macroeconomica e le tensioni commerciali; in Italia – fonte Centro Studi di Confindustria Dispositivi Medici – il mercato vale 18,9 miliardi di euro (6 miliardi dall’export) e conta 4.648 aziende con oltre 130mila addetti e una spiccata propensione all’investimento in ricerca, pari in media al 5,3% del fatturato. Il dato più evidente dello studio è che siamo in presenza di piccole e medie aziende, tutte spinte dall’innovazione di ricerca e che attirano le attenzioni degli investitori stranieri, tanto che il contributo degli operatori a controllo estero è aumentato dal 47,6% del fatturato aggregato nel 2024 al 48,8% nel 2025, in seguito a operazioni di M&A. Le tre società sul podio del giro d’affari sono la friulana LimaCorporate, 261,6 milioni, appartenente al Gruppo statunitense Enovis; Demetra Holding, 101,9 milioni, sede legale a Milano, il cui controllo fa capo al fondo francese di private equity Astorg; l’emiliana Olmedo Special Vehicles, 93 milioni. Oltre un sesto dei ricavi complessivi del panel fa capo a fondi di private equity che riconoscono l’eccellenza del Made in Italy sia a livello di prodotto (due presidi ortopedici su tre venduti oltre confine) sia a livello finanziario, con una redditività in crescita, mediamente, dal 5,3% di ebit del 2022 all’8,8% del 2024.
In questo quadro, va considerata, infine, la nicchia della nicchia: micro aziende, sparse in tutta Italia, che producono carrozzine e ausili per lo sport, non solo d’élite. Dalla Rehateam di Castagnole di Paese (Treviso), ai dispositivi di guida personalizzati per macchine da corsa della Guidosimplex, dalla Ormesa di Foligno alla Neatech di Cercola (Napoli), con le sue carrozzine elettriche per hockey e altri sport. Sono realtà quasi artigianali, fucine di innovazione su misura, in cui, come spiegano dalla Offcarr di Villa del Conte (Padova), per produrre uno slittino per sci da fondo o da biathlon, si parte dalla scansione del corpo dell’atleta, per passare alla sagomatura del guscio in carbonio e trovare, infine, la posizione migliore del baricentro perché la biomeccanica del gesto di spinta delle braccia renda al meglio. Non ci sono manuali, né standard, ma solo l’esperienza di ogni tecnico al servizio delle persone con disabilità che vogliono ricominciare a correre.
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