Il comandante della Msc Euribia: “La capacità e la fede mi hanno guidato fuori da Hormuz”

La paura non lo ha fermato e mentre faceva correre la sua Msc Euribia a 22 nodi per uscire il più fretta possibile dallo Stretto di Hormuz il comandante Lauro Maresca racconta di aver fatto leva su due cose per proseguire nel suo lavoro: la capacità e la fede. La nave da crociera della Msc, bloccata nello Stretto dall’inizio del conflitto, domenica ha approfittato delle poche ore di finestra di tregua concessa dalle forze militari iraniani per allontanarsi il più possibile da quelle acque in cui è rimasta intrappolata per cinquanta giorni. E ora, in rotta verso il Nord Europa per riprendere con le crociere previste per il mese di maggio, il comandante Maresca affida a Facebook le sue riflessioni, postando una sua foto con l’Oceano alle spalle.
“C’è un confine dentro di me che non vedo, ma che riconosco ogni volta che ci arrivo. E’ il punto in cui finiscono le mie capacità – scrive Maresca, originario di Meta di Sorrento e residente a Sant’Agnello, gli stessi paesi della penisola sorrentina da cui proviene anche il fondatore di Msc Gianluigi Aponte – Per anni ho pensato che lì ci fosse il limite. Invece no. È proprio lì che inizia la mia fede”.
Poi il ricordo dell’uscita dallo Stretto con il solo equipaggio a bordo, con la responsabilità di un comando che non poteva solo essere circoscritto agli aspetti tecnici, ma andava oltre, prima di intraprendere la rotta per il Nord. Insieme al testo, una sua fotografia con un sorriso tirato, un’infinita distesa d’acqua calma alle sue spalle e il sole, a simboleggiare anche con l’immagine il superamento di Hormuz.
“Attraversando lo Stretto di Hormuz, non ero solo un comandante che segue procedure e legge strumenti. Ero un uomo davanti a qualcosa di più grande di me. Sentivo il peso della responsabilità, la tensione sottile, la presenza della paura. Ma non mi ha fermato – prosegue Maresca – Perché in quel momento ho capito con chiarezza che le mie capacità e la mia fede non sono due cose separate. Lavorano insieme. Le mie capacità mi tengono saldo, mi danno controllo, mi permettono di andare avanti. La mia fede, invece, mi porta oltre, proprio quando il controllo non basta più. La paura c’era. Ma non era più davanti a me. Era accanto, quasi dietro, come qualcosa che non decideva più per me. E mentre avanzavo, sentivo che non stavo solo facendo il mio lavoro. Stavo attraversando anche quel confine dentro di me. Quello dove smetto di contare solo su ciò che so fare…e inizio a fidarmi davvero. E ogni volta che ci arrivo, capisco che non è una fine. È un passaggio. E’ da lì che divento più di quello che credevo di essere”.
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