Il 94,5% dei comuni italiani è a rischio ma la geologia è ignorata e definanziata
Abbiamo appreso dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti che la situazione di pericolo legata alla frana di Niscemi (Caltanissetta), nota sin dal 1997, non è stata fino ad oggi oggetto di interventi per i lunghi tempi di attraversamento dello Stretto di Messina. Per questo motivo, afferma il ministro, è importante ed urgente costruire il Ponte e non dirottare i fondi per aiutare le persone che hanno perso la loro casa, o rischiano di perderla, per il continuo arretramento del fronte della frana.
In un paese dove il 94,5% dei comuni è a rischio frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera (Fonte ISPRA), la Geologia (dal greco gê, “terra” e logos, “studio”) dovrebbe essere prioritaria nell’agenda di qualsiasi governo per aumentare gli investimenti e la conoscenza del territorio e la sua evoluzione, prevenire e ridurre i rischi legati a fenomeno naturali e rendere la popolazione informata riguardo al territorio dove vive. Invece, assistiamo ad un continuo definanziamento dell’Università e dei suoi dipartimenti, alla chiusura e fusione dei Dipartimenti di Geologia, grazie alla legge Gelmini, con relativa perdita di identità e visibilità sul territorio, e a una diminuzione degli scritti ai corsi di Scienze Geologiche con relativa progressiva riduzione di organico perché non ‘economicamente sostenibili’, in una società in cui a tutto viene dato un valore, ignorando, volutamente o colpevolmente, il ruolo che la geologia svolge per la preservazione del territorio e la sicurezza delle persone.
Se non capiamo che non possono essere logiche di mercato a condizionare scelte da cui dipenderà il nostro futuro e il nostro bagaglio di conoscenze, e che bisogna supportare la geologia in tutte le sue forme (ricerca, studio, divulgazione) a prescindere dal suo ritorno economico rischiamo di svegliarci un giorno in un paese che ha perso le sue conoscenze, anche quelle dirette, dal basso, e non ha più un sistema e delle professionalità che possano preparare, mitigare e rispondere agli eventi che la natura ci presenta.
La natura ci ricorda costantemente che il nostro pianeta è vivo (se non lo fosse avremmo poche possibilità di sopravvivere) e che bisogna conoscerlo per convivere in armonia. L’unico strumento che abbiamo a disposizione per prevenire il verificarsi di eventi potenzialmente avversi è quello di aumentare la conoscenze del territorio. Senza una pianificazione e sostegno finanziario e culturale, lavorando nel medio e lungo periodo per dotarsi degli strumenti e delle figure professionali necessarie per monitorare il territorio, i proclami post-evento hanno scarsa efficacia, se non quella di rispondere, in emergenza, ad evento già avvenuto. Per esempio, è molto, più redditizio a livello elettorale parlare in tv della costruzione del Ponte sullo Stretto, che risolvere le molteplici criticità dei singoli centri abitati.
Il passaggio del ciclone Harry su Calabria, Sicilia e Sardegna ha lasciato dietro di sé segni sul territorio e nelle strutture pubbliche e private. Alcune di queste situazioni sono nuove, ma spesso, come la frana di Niscemi, sono situazioni esistenti che di solito si preferisce ignorare fino alla prossima emergenza. Solo l’evoluzione giornaliera della frana ha permesso di tenere ancora acceso (ma per quanto?) un interesse mediatico su Niscemi e il dramma di chi ha dovuto lasciare la casa per salvarsi la vita. Interesse che è scomparso quasi immediatamente per le altre aree della lontana provincia meridionale colpite dal ciclone Harry lasciate a fare la conta dei danni.
Sicuramente, il fatto che Calabria e Sicilia siano a regioni storicamente guidate dal centrodestra ha favorito il non voler sollevare troppo l’attenzione su quanto successo per evitare che qualcuno si chieda come si sia arrivati alla situazione attuale. Nascondere le criticità geologiche aiuta a non fare domande sull’utilità di spendere ingenti risorse per un ponte inutile e basato su dati e progetti non aggiornati.
Se la politica ha le sue responsabilità bisogna anche ammettere che le persone stanno progressivamente perdendo conoscenze legate al territorio dove vivono. Conoscenza del territorio, e dei suoi valori e rischi, che per i nostri avi rappresentava un bagaglio importante e che ora è largamente ignorato. Il tipo di paesaggio in cui viviamo plasma il nostro modo di pensare e i nostri orizzonti. Conoscere la storia geologica del territorio ed il legame tra geologia e società implica non essere sorpresi dal verificarsi di determinati eventi, a volte catastrofici. Un processo di conoscenze che porta a saper apprezzare e rispettare il territorio ed essere preparati ai cambiamenti, e vivere in simbiosi e amare l’ambiente piuttosto che volerlo dominare e adattare a interessi economici.
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