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I tre colpi che uccisero il re: in un libro la storia dell’anarchico Gaetano Bresci tra mito e omissis

La sera del 29 luglio 1900, alle ore 22:30, la storia d’Italia cambiava per sempre sotto i colpi di una rivoltella comprata a New York. A sparare tre colpi fatali al cuore di re Umberto I di Savoia fu Gaetano Bresci, un tessitore anarchico di trent’anni appena rientrato dall’America. In occasione dell’anniversario di quel regicidio che sconvolse la monarchia, la casa editrice Elèuthera riporta nelle librerie la ristampa di Ho ucciso un principio, saggio scritto dal giornalista Rai Paolo Pasi. Un’opera necessaria che scava nelle zone d’ombra della storiografia ufficiale per restituire la traiettoria umana e politica di uno dei personaggi più divisivi del Novecento.

Il gesto di Bresci non nacque dal nulla, ma fu la risposta alle sanguinose cannonate che il generale Bava Beccaris, protetto e decorato dal sovrano, aveva scaricato sulla folla inerme a Milano nel 1898 durante le proteste per il prezzo del pane, provocando tra i manifestanti 81 morti e 450 feriti. Laddove la retorica sabauda rappresentava re Umberto I di Savoia come il “Re Buono”, il popolo affamato vedeva in lui il “Re Mitraglia” (appellativo dispregiativo che gli fu dato dagli anarchici).

Nel testo Paolo Pasi adotta una formula di forte impatto, muovendosi tra narrazione letteraria e rigore storico. Il titolo riprende la celebre rivendicazione pronunciata dall’anarchico subito dopo l’arresto: “Ho attentato al Capo dello Stato perché a parer mio egli è responsabile di tutte le vittime pallide e sanguinanti del sistema che lui rappresenta e fa difendere… Non ho ucciso Umberto, ho ucciso un re, ho ucciso un principio!“. Bresci mirava alla sacralità dell’istituzione e del potere assolutista, accettando consapevolmente l’annientamento della propria vita con una condanna all’ergastolo.

Il cuore del libro di Pasi si concentra sulla sistematica operazione di cancellazione della memoria perpetrata dalle autorità dell’epoca. La biografia di Bresci è mutilata da infiniti “omissis”: i verbali di polizia epurati, i mesi di isolamento totale, torture, privazioni e la misteriosa fine nel penitenziario dell’isola di Santo Stefano: controllato a vista, isolato dagli altri detenuti, costretto a portare pesanti catene ai piedi, Gaetano Bresci morì il 22 maggio 1901 per suicidio con impiccagione (secondo la versione ufficiale), ma con molte probabilità fu ucciso dai suoi stessi carcerieri, uomini senza scrupoli.

Il libro, impreziosito dalle storiche e potenti illustrazioni di Fabio Santin, riscrive una storia fatta di troppe ombre e vuoti istituzionali. Pasi riesce a esplorare l’animo, le paure e la ferrea determinazione di un operaio emigrato a Paterson che decide di farsi strumento di una giustizia proletaria e collettiva.
A distanza di oltre un secolo la figura di Bresci continua a oscillare tra il mito libertario e la condanna da parte delle istituzioni. La ristampa di Elèuthera non intende celebrare la violenza, ma squarciare l’oblio selettivo e analizzare un drammatico “incidente della storia”, che segnò il tramonto di un’epoca autoritaria e l’alba del nuovo secolo.

L’articolo I tre colpi che uccisero il re: in un libro la storia dell’anarchico Gaetano Bresci tra mito e omissis proviene da Il Fatto Quotidiano.


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