Salute

I rutti dei buchi neri supermassicci sono piuttosto prevedibili


Dal punto di vista dei buchi neri si tratta di grossi pasti a più “puntate”, con morsi ben distanziati. Per le povere stelle che finiscono nelle loro fauci, sono invece una lenta agonia. Parliamo degli eventi di distruzione mareale, fenomeni di distruzione di stelle finite troppo vicine all’orizzonte degli eventi (il confine di non ritorno) di buchi neri supermassicci.

Gli astrofisici sapevano già che questi sontuosi pasti possono non avvenire tutti in una volta sola. Ora un gruppo di scienziati della Curtin University, in Australia, ha scoperto che anche i… rutti dei buchi neri avvengono in più fasi – nello specifico, in due momenti distinti. La scoperta è stata pubblicata su Nature Astronomy.

In che senso i rutti dei buchi neri?

Durante gli eventi di distruzione mareale (tidal disruption event, TDE), quando un buco nero si nutre, non riesce a inghiottire tutta la materia in arrivo dalla stella che attrae e ne espelle parte sotto forma di violenti getti di gas e venti che attraversano l’intera galassia, dal nucleo verso l’esterno. Sono quelli che gli esperti chiamano outflows, e che il senso comune potrebbe paragonare a “rutti” di materia: sono studiati perché possono contribuire alla nascita di nuove stelle.

Due fasi distinte

Gli autori dello studio hanno analizzato una ventina di eventi di distruzione mareale con l’aiuto di radiotelescopi, e hanno scoperto che i buchi neri supermassicci – i più grandi, con massa milioni o miliardi di volte più grande di quella del Sole – emettono outflows in due fasi distinte del loro ciclo di alimentazione: dunque non a caso, ma in momenti precisi.

Il primo “rutto” avviene subito, durante un momento di accrescimento molto intenso e rapido; il secondo si verifica più tardi, centinaia o migliaia di giorni dopo la distruzione della stella, quando il flusso di materia inghiottita scende a circa il 2% del tasso massimo al quale un buco nero può inghiottire materia.

Questo livello critico al di sotto del quale scatta la seconda eruttazione è la stessa soglia che innesca gli outflow anche in buchi neri molto più piccoli, quelli con una massa pari a circa 10-50 volte quella del Sole. Il fatto che il limite critico sia lo stesso anche in oggetti con scale di massa così diverse significa che il processo fisico alla base di queste emissioni dai buchi neri è lo stesso.

La scoperta consentirà agli scienziati di prevedere con maggiore precisione i tempi del rilascio di materia dai buchi neri: significa avere la possibilità di organizzare finestre di osservazione appropriate con i migliori telescopi, e di liberare tempo prezioso per l’osservazione di altri fenomeni.




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