I coloni israeliani non danno tregua, non c’è una reale volontà di fermarli
Ci sono anche quattro italiane e un italiano, insieme alle famiglie palestinesi del villaggio di Qusra, in Cisgiordania, che da giorni vivono assediate e circondate dai coloni israeliani. Erano lì per portare la loro solidarietà ai palestinesi, anche per casi come questi, ormai diventati un modus operandi del movimento dei coloni, che in quella parte di Cisgiordania, vicino a Nablus, così come nelle colline a sud di Hebron, vanta gli esponenti più violenti. Si trovano insieme a Youssef Hassan –
che era rimasto bloccato con la moglie e le due figlie piccole, che sono state
evacuate – il fratello, la sorella e la madre. E con Qusai Abu Rida e il figlio. Abu Rida ha la cittadinanza statunitense ed è stato il fratello a denunciarne l’assedio dagli Stati Uniti.
I cinque italiani hanno un’età compresa tra i 20 e i 37 anni e chiedono
l’anonimato, ma hanno deciso di raccontare quello che da giorni vedono “da dentro”, dove le famiglie palestinesi – e quindi anche loro – “sono completamente in ostaggio dei coloni violenti“, dicono, “il cui livello di follia da fuori è difficile da comprendere”, cosi “come le proporzioni di ciò che sta avvenendo a Qusra e non solo”. Tanto che mentre raccontano, i coloni stanno di nuovo tentando di ricostruire l’avamposto che è stato abbattuto dall’esercito israeliano, intervenuto più volte, anche se
per gli italiani, con”poca convinzione“. I palestinesi temono che quella dell’Idf sia “un’operazione più di facciata che altro – continuano – vogliono solo che la loro normalità venga ripristinata, anche se sembra essere diventata proprio questa”.
Ieri mattina “siamo stati svegliati dai militari israeliani che hanno comunicato al proprietario di casa che doveva lasciarla nel giro di 30 minuti”. In undici persone hanno trovato così riparo a casa dal fratello del proprietario, mentre la casa dove si trovavano è stata occupata dai soldati. “Hanno mangiato, bevuto, rubato scorte di cibo – raccontano ancora gli italiani – e soprattutto hanno manomesso le telecamere che qui sono l’unica forma di difesa contro i coloni”. Quelli che Mike Huckabee, ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, ha definito responsabili di “atti di terrorismo”.
Tra i cinque italiani c’è chi ha già esperienza e chi è alla sua prima volta in Palestina. Ma tutti sembrano sconvolti, per quanto preparati, da quello a cui stanno assistendo. “Ero venuta qui in Palestina dieci anni fa con la mia famiglia per un tour religioso – racconta una di loro – allora avevo percepito della tensione che però non è paragonabile a quella che si percepisce
ora. La situazione è a dir poco assurda. Le famiglie palestinesi vengono
costantemente tormentate dai coloni. C’è un sabotaggio continuo: i coloni tagliano l’elettricità, impediscono ai palestinesi di muoversi e le forze armate israeliane li sostengono. I pochi soldati che applicano la legge vengono sostituiti. C’è un odio sistemico nei confronti dei palestinesi e non ho remore a dire che in questo luogo l’umanità ha toccato il punto più basso della storia”.
“Si fatica a comprendere la proporzione di quanto accade, la portata globale di quello che si sta mettendo in atto – racconta un’altra ragazza alla sua prima volta in Palestina-. Da un lato é frutto dell’insistenza e della testardaggine, a livello di follia, dei coloni, che non hanno intenzione in alcun modo di mollare il colpo e non danno tregua. E dall’altro c’è una minima e non proporzionata capacità di intervento da parte dell’esercito e della polizia israeliana, insomma delle forze che dovrebbero regolare la convivenza, chiamiamola così, benché utopica in questo momento. Assistiamo a una sorta di ripetizione infinita di queste dinamiche, che porta alla frustrazione e all’abbattimento del morale delle famiglie palestinesi. Per questo la nostra presenza qui è essenziale, prima di tutto
sul piano umano”.
Tutti sono inquietati dal livello di violenza, tanto che “è impossibile parlare e avvicinarsi ai coloni” dicono, disposti a tutto pur di rendere impossibile la vita ai palestinesi, per costringerli ad andarsene. Alla domanda se hanno paura per la loro incolumità, una delle italiane ammette di sì, che “tra i tanti timori c’è anche quello”. “Ora siamo tornati nella casa assediata. Attorno, a pochi metri da noi, restano dei coloni, non sono armati, ma urlano, inveiscono contro i palestinesi e battono contro il cancello”. E soprattutto non demordono nella creazione di un avamposto, nonostante il grande scompiglio internazionale.
“Abbiamo visto un grande dispiegamento di forze, ma non una reale volontà di reprimere la violenza dei coloni”, dicono ancora i ragazzi. Con tutte le forze messe in campo in poche ore si sarebbe potuto sistemare tutto. Invece i coloni sono ancora qui”. “Il fatto che tuttora ci siano, che gli venga garantita la possibilità di accedere a quest’area, che in teoria ora sarebbe zona militare interdetta, a differenza dei palestinesi, è segno evidente del sistematico collaborazionismo tra il governo israeliano e i coloni, che usurpano i diritti, mettono a repentaglio le vite, non solo quotidianamente, ma di ora in ora, così come le risorse dei palestinesi”.
“La situazione è veramente preoccupante ma essere venuti qui – conclude un’altra – resta significativo, perché quando abbiamo detto ai palestinesi che saremmo rimasti ancora qualche giorno la notizia li ha riempiti di gioia. Al di là del sostegno pratico, quello psicologico, il sapere cioè di non essere soli e che qualcuno diffonde la loro voce e testimonia quello che avviene, é qualcosa di molto importante per loro”. Esattamente quello che chi sostiene apertamente o comunque permette ai coloni di agire impunemente vuole impedire.
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