Friuli Venezia Giulia

Hormuz, Libano e l’inganno del negoziato: la guerra continua altrove

8 aprile 2026 – ore 18:00 – Premessa – L’Institute for the Study of War (ISW) e il Critical Threats Project (CTP) dell’American Enterprise Institute affermano che:
Il 7 aprile Stati Uniti e Iran hanno concordato un cessate il fuoco di due settimane, mediato dal Pakistan. I negoziati inizieranno a Islamabad l’11 aprile. Il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano ha annunciato che il regime ha accettato il cessate il fuoco poche ore dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva dichiarato di aver acconsentito alla tregua a condizione che l’Iran riaprisse lo Stretto di Hormuz. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha confermato l’accettazione del cessate il fuoco da parte dell’Iran e ha dichiarato che Teheran consentirà il “passaggio sicuro” delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz durante il periodo di due settimane, “in coordinamento con le forze armate iraniane“.

Secondo quanto riferito, Israele avrebbe accettato di cessare le operazioni contro l’Iran se Teheran interromperà le proprie attività nello Stretto di Hormuz. Il Primo Ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha pubblicato su X, il 7 aprile, che l’Iran e gli alleati degli Stati Uniti – presumibilmente riferendosi rispettivamente all’Asse della Resistenza iraniana e a Israele – hanno concordato un cessate il fuoco immediato “ovunque, compreso il Libano e altrove”. Gli attacchi combinati contro ferrovie e strade iraniane potrebbero aver interrotto diverse vie di trasporto utilizzate dal regime per il trasferimento di armi, inclusi missili, lanciamissili e componenti, attraverso il territorio iraniano. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno colpito otto ponti ferroviari e tratti stradali utilizzati per il trasporto di armamenti e altro equipaggiamento militare.

In tale cornice, oggi tratteremo sia le principali reazioni alla tregua in Iran sia la tragedia libanese.

In particolare, si propongono alcuni spunti di riflessione inerenti:

  • gli USA, attraverso un’attenta analisi redatta dall’Associated Press, sul perché Trump abbia “accettato” la tregua. Questa visione critica evidenzia sia il “dietro le quinte” della trattativa sia la volontà di Washington di porre le basi per la fine di un conflitto che si stava trascinando sine die, con gravi riflessi negativi interni ed esterni;
  • l’Iran, mediante due articoli della stampa di Teheran, dai quali emerge una versione alternativa degli eventi, sia sul piano politico-militare sia su quello negoziale;
  • la realtà israeliana, dove si evidenziano le diverse reazioni politiche alla tregua e la volontà di proseguire il conflitto in Libano;
  • il Libano, attraverso due editoriali pubblicati da Al Akhbar, schierato su posizioni filo-Hezbollah e contrario alle scelte negoziali del governo di Beirut. Queste posizioni aiutano a comprendere la tragedia libanese: dall’esaltazione di sofferenza, dolore e resilienza alla fragilità strutturale del governo, incapace o impossibilitato a disarmare le milizie sciite.

Conoscere per comprendere.
Dare spazio e voce a tutti, nessuno escluso.

Come Trump è passato dal minacciare l’annientamento dell’Iran all’accettare un cessate il fuoco di due settimane con Teheran

Nel giro di una giornata, il presidente Donald Trump è passato dal minacciare l’Iran di “annientamento” ad accettare un cessate il fuoco di 14 giorni, che – a suo dire – dovrebbe aprire la strada alla fine della guerra, in corso da quasi sei settimane. Il drastico cambio di tono si è verificato mentre gli intermediari, guidati dal Pakistan, lavoravano per scongiurare un’ulteriore escalation del conflitto.

Persino la Cina, principale partner commerciale dell’Iran, ha esercitato pressioni diplomatiche per favorire un cessate il fuoco, secondo fonti anonime.

“Il motivo per cui lo facciamo è che abbiamo già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari e siamo a buon punto con un accordo definitivo sulla pace a lungo termine“, ha dichiarato Trump, annunciando il cessate il fuoco poco prima della scadenza per la riapertura dello Stretto di Hormuz, pena la distruzione di infrastrutture critiche iraniane.

Il presidente incontrerà alla Casa Bianca il segretario generale della NATO, Mark Rutte. Il cessate il fuoco e il piano per la riapertura dello stretto saranno al centro dei colloqui.

Con l’avvicinarsi della scadenza, i legislatori democratici hanno denunciato la minaccia di Trump come un “fallimento morale“, mentre Papa Leone XIV ha parlato di violazione del diritto internazionale, definendo le dichiarazioni “inaccettabili“.

Alla fine, Trump potrebbe aver fatto marcia indietro per evitare una “guerra infinita”, promessa elettorale centrale e rischio concreto per gli Stati Uniti.

Il controllo dello stretto sarebbe un’operazione lunga e costosa.

Nonostante i successi militari rivendicati, l’idea di costringere l’Iran alla capitolazione attraverso bombardamenti appariva sempre più incerta.

Dall’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, si ipotizzava un rapido cedimento iraniano, ma la storia della Repubblica islamica dimostra una forte capacità di resistenza prolungata.

Dalla crisi degli ostaggi (1979-1981) alla guerra Iran-Iraq, fino al sostegno a Hamas e Hezbollah, l’Iran ha mostrato di essere disposto a sostenere conflitti anche a costo di gravi perdite.

La leadership iraniana, pur in difficoltà, riteneva possibile trascinare gli Stati Uniti in un conflitto lungo e oneroso, sfruttando la centralità strategica dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale.

Gli analisti concordano che gli Stati Uniti potrebbero controllare rapidamente lo stretto, ma mantenerne la sicurezza richiederebbe un impegno militare prolungato, ad alto rischio e ad alta intensità di risorse.

Ben Connable, direttore esecutivo dell’organizzazione no-profit Battle Research Group, ha affermato che la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz richiederebbe all’esercito statunitense di mantenere il controllo di circa 600 chilometri di territorio iraniano, dall’isola di Kish fino a Bandar Abbas, per impedire all’Iran di lanciare missili contro le navi in transito.

Si tratterebbe di una missione che, secondo Connable, richiederebbe tre divisioni di fanteria, per un totale di circa 30.000-45.000 soldati.

“Si tratterebbe di un’operazione a tempo indeterminato; bisogna essere pronti a farlo per 20 anni“, ha dichiarato Connable, ex ufficiale dell’intelligence dei Marine. “Non pensavamo che saremmo rimasti in Afghanistan, né in Vietnam o in Iraq così a lungo”.

Il piano di cessate il fuoco di due settimane prevede che sia Iran sia Oman possano imporre dazi alle navi in transito attraverso Hormuz. Secondo fonti regionali, Teheran utilizzerebbe i fondi per la ricostruzione. Non è chiaro, invece, l’impiego delle risorse da parte dell’Oman. Lo stretto, situato nelle acque territoriali di entrambi i Paesi, è tradizionalmente considerato una via navigabile internazionale, senza pedaggi.

Il senatore Chris Murphy, democratico del Connecticut, ha dichiarato che Donald Trump starebbe concedendo all’Iran il “controllo dello stretto“, definendola “una vittoria storica” per Teheran.

“Il livello di incompetenza è al tempo stesso sconcertante e straziante”, ha affermato Murphy.

Trump ha mostrato una tendenza a cedere a richieste massimaliste.

L’annuncio del cessate il fuoco è arrivato dopo l’intervento del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, che ha chiesto una proroga di due settimane per favorire la diplomazia, invitando contestualmente l’Iran ad aprire lo stretto.

Le due settimane rappresentano ormai una formula ricorrente nelle decisioni di Trump, utilizzata per guadagnare margine politico su dossier complessi.

In passato, la Casa Bianca aveva indicato lo stesso arco temporale per decidere su eventuali bombardamenti contro l’Iran, salvo poi anticipare l’azione militare, rivendicando la distruzione del programma nucleare iraniano.

Trump ha inoltre adottato questa tempistica anche nei negoziati sulla guerra tra Russia e Ucraina e in questioni interne come la riforma sanitaria, senza risultati concreti.

Nei primi 15 mesi del suo secondo mandato, il presidente ha spesso avanzato richieste massimaliste, successivamente ridimensionate. Emblematico il caso delle tariffe del “Giorno della Liberazione” (aprile 2025), ritirate dopo aver destabilizzato i mercati finanziari.

Altro episodio significativo è quello del Forum economico mondiale di Davos, dove Trump aveva ipotizzato il controllo della Groenlandia, salvo poi ritirare la proposta e la minaccia di dazi all’Europa.

Il passo indietro fu giustificato con un presunto accordo con la NATO su un “quadro di sicurezza artica“, nonostante gli Stati Uniti disponessero già di ampia presenza militare in Groenlandia, territorio del Regno di Danimarca.

La Casa Bianca ha celebrato l’intesa, attribuendo il merito al successo militare statunitense e alla capacità negoziale di Trump.

“Il successo delle nostre forze armate ha creato la massima leva negoziale, consentendo negoziati difficili che hanno aperto la strada a una soluzione diplomatica e a una pace duratura“, ha dichiarato la portavoce Karoline Leavitt.

Ha aggiunto: “Non bisogna mai sottovalutare la capacità del presidente Trump di promuovere gli interessi americani e di mediare la pace“.

IRAN: Il ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha dichiarato che le Forze Armate iraniane sono pronte a cessare le operazioni difensive, a condizione che cessino tutti gli attacchi statunitensi e israeliani.

In un messaggio pubblicato su X, Araqchi ha parlato a nome del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ringraziando il Pakistan per gli sforzi diplomatici e confermando la disponibilità dell’Iran a negoziare sulla base di una proposta in 10 punti.

L’Iran ha chiarito che, in caso di cessazione degli attacchi, garantirà il “passaggio sicuro” nello Stretto di Hormuz per due settimane, in coordinamento con le proprie forze armate.

Secondo la narrativa iraniana, Stati Uniti e Israele avrebbero avviato una campagna militare su vasta scala e senza provocazione, in seguito all’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei e di alti dirigenti, il 28 febbraio.

In risposta, Teheran avrebbe lanciato attacchi di rappresaglia, dimostrando capacità di contrattacco efficace e infliggendo gravi danni militari ai nemici, rafforzando al contempo l’unità nazionale.

Nonostante un iniziale ultimatum statunitense, la mediazione pakistana ha portato a un cessate il fuoco temporaneo, con negoziati previsti a Islamabad.

L’Iran ha proposto un piano in dieci punti, che include:
ritiro delle forze statunitensi, revoca delle sanzioni e controllo dello Stretto di Hormuz.

L’8 aprile, il Consiglio Supremo ha definito l’esito una “vittoria storica”, sostenendo che gli Stati Uniti siano stati costretti ad accettare i termini iraniani, inclusa una garanzia di non aggressione.

Teheran ha sottolineato che i negoziati non rappresentano la fine del conflitto, ma una sua trasposizione sul piano diplomatico, mantenendo una posizione di profonda diffidenza verso Washington.

IRAN: Qual è la proposta in 10 punti di Teheran per porre fine alla guerra?

Il presidente degli Stati Uniti ha espresso apertura verso la proposta iraniana in 10 punti come base per futuri negoziati.

Ma quali sono i punti chiave della proposta iraniana?

1 – Impegno degli Stati Uniti alla non aggressione.

2 – Controllo dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran.

3 – Diritto all’arricchimento dell’uranio.

4 – Revoca delle sanzioni primarie.

5 – Revoca delle sanzioni secondarie.

6 – Cessazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU.

7 – Cessazione delle risoluzioni del Consiglio dei Governatori dell’AIEA.

8 – Risarcimento dei danni inflitti all’Iran.

9 – Ritiro delle forze statunitensi dalla regione.

10 – Cessazione della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano.

Accettando queste condizioni come base per i negoziati, Donald Trump ha fatto marcia indietro rispetto alle sue minacce e ai suoi bluff.

ISRAELE: “Disastro politico”

Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha criticato aspramente il cessate il fuoco con l’Iran, definendolo un fallimento politico e strategico e avvertendo delle conseguenze sulla sicurezza nazionale.

“Non c’è mai stato un disastro politico simile”, ha dichiarato, sottolineando che Israele non è stato coinvolto nelle decisioni.

Secondo Lapid, mentre l’esercito ha svolto il proprio compito e la popolazione ha dimostrato resilienza, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha fallito politicamente e strategicamente, senza raggiungere gli obiettivi prefissati.

Ha inoltre evidenziato i danni politici e strategici causati da arroganza, negligenza e mancanza di pianificazione.

Una critica condivisa, con sfumature diverse, anche da altre figure politiche.

Il deputato Zvika Fogel (Otzma Yehudit) ha accusato Trump di essersi “tirato indietro“, mentre Avigdor Liberman ha avvertito che il cessate il fuoco offre all’Iran un “tempo di respiro” per riorganizzarsi.

Secondo Liberman, un accordo che non limiti arricchimento dell’uranio, missili balistici e sostegno alle milizie comporterà un ritorno al conflitto in condizioni più difficili e costose.

Le comunità del nord di Israele temono che la minaccia di Hezbollah persista nonostante il cessate il fuoco.

Israele ha indicato come obiettivo della guerra in Libano il disarmo di Hezbollah, ma la tregua è percepita come una battuta d’arresto.

Moshe Davidovich, capo del Consiglio regionale dell’Alta Galilea, ha parlato di “fallimento etico, morale e di sicurezza“, criticando l’eventuale stop alle operazioni nel sud del Libano.

“È inaccettabile fermarsi prima del momento decisivo”, ha dichiarato, evidenziando il sacrificio delle comunità in prima linea.

L’ufficio di Netanyahu ha sostenuto la decisione di Trump, precisando che il cessate il fuoco non include il Libano.

Successivamente, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno emesso un avviso di evacuazione a Tiro, nel Libano meridionale, dopo nuovi attacchi.

Hezbollah, finora, si è astenuto da nuove offensive.

LIBANO: Una caduta rovinosa

Nel contesto della guerra, la negoziazione è strettamente legata agli equilibri di forza militare.

Una nazione priva di adeguate risorse economiche e capacità militari si presenta al tavolo negoziale in una posizione di debolezza strutturale.

Il caso del Libano evidenzia una crisi dello Stato, incapace di esercitare pieno controllo sul territorio e sugli attori armati.

Ne deriva una negoziazione condizionata, in cui il risultato è determinato più dal campo di battaglia che dalla diplomazia.

Paradossalmente, in casi del genere, lo Stato investe negli esiti della guerra per rafforzare la propria posizione negoziale, come sta facendo la Repubblica Islamica dell’Iran. Da questa prospettiva emerge il concetto di leva negoziale, ovvero la capacità di imporre costi o ottenere vantaggi strategici prima dell’avvio dei negoziati.

Paul Kirgis, nel suo articolo “Bargaining with Consequences: Leverage and Coercion in Negotiation”, definisce questa leva come il “motore principale della negoziazione“, capace di garantire accordi “alle proprie condizioni“.

Prima di analizzare il caso del Libano, è utile richiamare i fondamenti teorici della negoziazione. Nel volume “Le dinamiche della negoziazione internazionale”, Bertram Spector individua gli elementi chiave: struttura, processo negoziale, strategie, attori e risultati.

Sul piano strutturale, contano i rapporti di potere tra le parti. Il processo negoziale si articola in pre-negoziazione, negoziazione, post-negoziazione e rinegoziazione.

La persuasione rappresenta lo strumento centrale, attraverso richieste e controfferte, con l’obiettivo di accrescere il potere negoziale.

Secondo il ministro iraniano Abbas Araqchi, autore de “Il potere della negoziazione”, le leve di influenza si dividono in:

  • potere duro (capacità militari, economiche, demografiche, territoriali);
  • potere morbido (economia, cultura, ideologia, diplomazia, istruzione).

A incidere sono anche le qualità dei negoziatori: forza di carattere, creatività, flessibilità, pazienza e perseveranza. Da qui derivano i risultati negoziali, che possono tradursi in un accordo o nel suo fallimento.

L’esperienza libanese nella negoziazione

Nel Libano emerge una frattura tra due livelli:

  • uno militare, nel sud, segnato dallo scontro tra Hezbollah e Israele;
  • uno politico-diplomatico, guidato da presidenza e governo.

Dopo il lancio di razzi verso Haifa, Acri e Nahariya, la risposta politica è stata immediata.

Il governo libanese ha rotto la formula “esercito, popolo e resistenza”, dichiarando illegali le attività militari di Hezbollah e confinandole alla sfera politica.

Il presidente Joseph Aoun ha definito questa scelta “sovrana e definitiva“.

Sul piano giudiziario, il giudice Claude Ghanem ha emesso mandati di arresto, mentre sono stati istituiti posti di blocco militari e rafforzati i controlli verso il sud.

Parallelamente, lo Stato ha ordinato all’esercito di ritirarsi dal confine, facilitando di fatto l’avanzata israeliana.

Il 9 marzo, Aoun ha chiesto negoziati diretti con Israele sotto egida internazionale. Il 12 marzo, durante l’incontro con António Guterres, ha ribadito l’offerta, senza ottenere risposta.

Israele ha giudicato la proposta tardiva e insufficiente.

Aoun ha sintetizzato la linea politica con una frase chiave: “Non possiamo combattere le guerre di altri sulla nostra terra“.

Tuttavia, secondo questa analisi, il Libano non si troverebbe in una posizione tale da accelerare negoziati da una condizione di debolezza.

Al contrario, l’ingresso di Hezbollah nel conflitto, coordinato con l’Asse della Resistenza, avrebbe rafforzato la deterrenza.

Il primo ministro Nawaf Salam ha invece adottato una linea opposta, promuovendo la limitazione delle armi fuori dal controllo statale e riaprendo alla possibilità di negoziati con Israele, pur senza una chiara agenda.

Errore di una mente negoziale imperfetta

Lo Stato libanese ha adottato un approccio disfattista, comportandosi come se avesse già perso una guerra mai combattuta.

Ha delegittimato la resistenza, definendola un “gruppo armato fuorilegge“, e condannato le azioni di autodifesa.

Errore di valutazione del contesto

Lo Stato ha ignorato oltre 6.000 violazioni del cessate il fuoco del 2014 da parte di Israele, inclusi bombardamenti e ordini di evacuazione.

Ha trascurato una lunga sequenza storica:

  • invasioni dal 1978,
  • occupazione (1982-2000),
  • guerra del 2006.

Non ha inoltre condotto un’adeguata analisi delle intenzioni e capacità dell’avversario.

Le dichiarazioni di esponenti israeliani, come Bezalel Smotrich e Yisrael Katz, indicavano chiaramente obiettivi territoriali fino al fiume Litani.

Anche sul piano militare, segnali evidenti – come il dispiegamento di 100.000 riservisti israeliani – sono stati ignorati.

Lo stesso governo libanese era consapevole dei preparativi: il ministro Amer al-Bassat ha ammesso che la guerra era prevista da mesi.

Errore nei tempi negoziali

Il Libano ha avviato negoziati prematuramente, senza garantire condizioni minime come un cessate il fuoco.

Negoziare sotto pressione significa indebolire la propria posizione.

Nonostante ciò, è stata costituita una delegazione diplomatica per colloqui diretti con Israele a Cipro, suscitando le critiche di Nabih Berri, contrario a trattative senza tregua.

Errore nella gestione della narrazione negoziale

Il Libano ha fallito anche sul piano della narrazione strategica, rinunciando a costruire una posizione coerente e credibile.

Il risultato è una perdita di leva negoziale, con uno Stato che appare diviso, fragile e privo di strategia, mentre il conflitto continua a essere determinato dagli equilibri militari sul campo.

Lo Stato ha mostrato una evidente debolezza nella narrativa negoziale, adottando la terminologia del nemico per descrivere una delle principali fonti di forza nazionale. Nella teoria della negoziazione, il dialogo interno e l’unità nazionale rappresentano pilastri fondamentali per consolidare la posizione negoziale. Tuttavia, lo Stato ha compromesso questo equilibrio, vietando l’uso dei termini “resistenza” e “resistenza islamica” nei confronti di Hezbollah e reprimendo gli attivisti favorevoli, con conseguenze sulla libertà di espressione.

Anche in presenza di attori controversi, una strategia negoziale efficace dovrebbe puntare a contenere e integrare tali fattori, riconoscendoli come risorse latenti, piuttosto che delegittimarli.

Errore nello sfruttamento del post-cessate il fuoco

Lo Stato libanese ha fallito nel valorizzare il periodo successivo al cessate il fuoco del 2024, fase cruciale per riequilibrare i rapporti di forza.

In una logica negoziale, questo momento dovrebbe essere utilizzato per:

  • rafforzare il dispiegamento militare,
  • proteggere le infrastrutture,
  • consolidare una nuova realtà sul terreno.

Al contrario, lo Stato ha aggravato la crisi interna, ostacolando la ricostruzione nel sud, nei sobborghi di Beirut e nella valle della Bekaa, e accettando condizioni imposte da Israele.

Non ha dispiegato l’esercito nelle aree più esposte, lasciando il territorio vulnerabile a distruzioni sistematiche. Inoltre, ha eseguito operazioni di ispezione e disarmo sotto supervisione internazionale, confiscando e distruggendo armi.

Questo approccio ha trasformato lo Stato in un soggetto che subisce condizioni, anziché imporle.

La caduta fragorosa

Alla luce dei principi della negoziazione, emerge una conclusione netta: lo Stato libanese ha dilapidato la propria leva strategica, rappresentata dalla resistenza.

Questa, storicamente, ha costituito un elemento centrale nel confronto con Israele, mentre lo Stato ha adottato un atteggiamento di subordinazione, negoziando da una posizione di debolezza strutturale.

Sul piano negoziale, l’azione statale appare caratterizzata da:

  • assenza di una strategia coerente,
  • delegittimazione della resistenza,
  • repressione del consenso interno,
  • apertura a negoziati senza condizioni preliminari.

Parallelamente, è stata compromessa l’unità nazionale, alimentando divisioni interne e polarizzazione politica.

Il risultato è una percezione di sottomissione ai diktat esterni, in particolare nei confronti della popolazione del sud, che ha sostenuto il peso del conflitto.

Negoziare senza potere

La riflessione teorica converge su un punto centrale: negoziare senza potere equivale a una resa mascherata.

La negoziazione non sostituisce il conflitto, ma ne rappresenta una continuazione con mezzi non militari, come già teorizzato da Carl von Clausewitz.

Gli equilibri di potere non scompaiono al tavolo negoziale: vengono trasposti nel linguaggio diplomatico, influenzando ciò che è considerato possibile e accettabile.

Chi negozia da una posizione di debolezza entra nel processo già con una sconfitta implicita.

Lezioni storiche

La storia offre esempi emblematici:

  • L’Accordo di Monaco (1938), con le concessioni a Adolf Hitler, dimostra come una negoziazione condotta in condizioni di debolezza possa tradursi in un rinvio del conflitto a condizioni peggiori.
  • Il caso del Vietnam, al contrario, evidenzia come i negoziati possano riflettere una forza acquisita sul campo, culminando negli accordi di Parigi.

In questo senso, la negoziazione è sempre una proiezione del potere, non un suo sostituto.

Il limite della diplomazia senza equilibrio

Nel libro “Tomorrow is Yesterday”, Robert Malley evidenzia come il fallimento dei negoziati di Camp David (2000) sia derivato da una struttura negoziale squilibrata, incapace di riconoscere le narrazioni e gli interessi reciproci.

Quando la negoziazione tenta di imporre soluzioni senza rispecchiare gli equilibri reali, finisce per fallire.

In definitiva, il caso libanese mostra come l’assenza di potere negoziale, unita a una gestione errata di strategia, tempi e narrativa, possa condurre a un crollo della capacità decisionale dello Stato, lasciando il destino del conflitto determinato quasi esclusivamente dal campo di battaglia.

Riassumendo la sua esperienza, Robert Malley evidenzia come il limite principale di molte trattative risieda nell’illusione che “buone intenzioni” o creatività diplomatica possano compensare l’assenza di un reale equilibrio di potere. Senza questa base, la negoziazione si trasforma in una gestione della sconfitta, più che in una ricerca di soluzione.

Da qui emerge un punto centrale: la negoziazione non è un semplice scambio di proposte, ma una lotta per definire la realtà. La contrapposizione tra negoziazione e resistenza è quindi fuorviante. Una negoziazione efficace presuppone sempre una qualche forma di resistenza, che può essere militare, economica, sociale o simbolica.

È proprio la resistenza a conferire peso e legittimità al processo negoziale. In sua assenza, la trattativa rischia di ridursi a una richiesta di concessioni da parte del più debole.

L’esperienza sudafricana rappresenta un caso emblematico: la fine dell’apartheid fu resa possibile da una lunga fase di resistenza interna, pressioni internazionali e isolamento economico. Nelson Mandela negoziò non da una posizione di debolezza, ma da una forza morale e politica consolidata.

Al contrario, gli Accordi di Oslo mostrano i limiti di una negoziazione condotta in condizioni di squilibrio strutturale. I palestinesi entrarono nel processo in una fase di debolezza strategica, mentre Israele manteneva una netta superiorità. Il risultato fu un accordo fragile, incapace di superare le dinamiche di controllo.

Ne deriva che una vera negoziazione non inizia al tavolo, ma nella costruzione preventiva del potere. Quando le parti si incontrano, portano con sé il capitale politico, militare e simbolico accumulato. Senza queste risorse, l’esito del negoziato è spesso predeterminato.

La negoziazione non può dunque essere ridotta a una scelta tra violenza e non violenza. Essa stessa è una forma di conflitto regolato, capace di ridistribuire il potere e incidere sul destino delle nazioni.

La questione fondamentale diventa allora: da quale posizione si negozia, con quali strumenti e con quale obiettivo.

In questa prospettiva, la negoziazione non è un’alternativa alla resistenza, ma una sua evoluzione. Negoziare senza resistenza equivale, in sostanza, a una resa mascherata.

Conclusione

Il contesto attuale appare segnato da una crescente confusione concettuale, dove chiarezza e coerenza diventano elementi rari.

In questo quadro, torna attuale il richiamo di Marco Aurelio, che lega la chiarezza del pensiero alla coerenza dell’azione, intese come strumenti essenziali di tenuta morale.

Una riflessione che acquista peso alla luce delle dinamiche contemporanee, in cui il linguaggio politico spesso oscura la realtà dei rapporti di forza.

A chiudere, le parole di Papa Leone XIV, che ha accolto con favore il cessate il fuoco di due settimane, definendolo un “segno di speranza” dopo una fase di forte tensione.

Il Pontefice ha ribadito che solo il ritorno al negoziato può condurre alla fine della guerra, invitando ad accompagnare il percorso diplomatico con un impegno morale e spirituale, affinché il dialogo diventi strumento concreto di risoluzione dei conflitti.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani




Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »