Hormuz, la più grave minaccia degli ultimi decenni per i mercati energetici globali
Una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz potrebbe trasformarsi nella più grave minaccia per i mercati energetici globali degli ultimi decenni. È l’allarme lanciato da Wood Mackenzie nel report Strait Talking: Iran War Scenarios and the Future of Energy, secondo cui risultano già bloccati oltre 11 milioni di barili al giorno di produzione di greggio e condensati del Golfo Persico, mentre più di 80 milioni di tonnellate annue di Gnl — pari a circa il 20% dell’offerta globale — restano fuori dai mercati internazionali.
Wood Mackenzie delinea tre possibili scenari: “Quick Peace”, “Summer Settlement” ed “Extended Disruption”. Per ognuno di essi, si ipotizzano tempi diversi per la fine del conflitto e la riapertura dello Stretto, valutando gli impatti su forniture di petrolio e gas, prezzi energetici, domanda e crescita economica globale.

“Quick Peace”
Nello scenario più ottimistico, un accordo viene raggiunto rapidamente e lo Stretto riapre entro giugno. In questo caso il Brent scenderebbe verso 80 dollari al barile entro fine 2026 e a circa 65 dollari nel 2027, con il ritorno a un mercato in eccesso di offerta. La crescita globale rallenterebbe dal 3% al 2,3% nel 2026, ma l’economia mondiale tornerebbe sulla traiettoria prebellica entro fine anno.
“Summer Settlement”
Lo scenario intermedio ipotizza invece negoziati lunghi, con lo Stretto sostanzialmente chiuso fino a settembre. Le carenze di petrolio e Gnl proseguirebbero per tutto il terzo trimestre del 2026, provocando una lieve recessione globale nella seconda metà dell’anno. La crescita mondiale scenderebbe sotto il 2%, lasciando però effetti permanenti sull’economia rispetto allo scenario pre-conflitto.
“Extended Disruption”
Nello scenario più grave, lo Stretto resta in gran parte chiuso fino alla fine del 2026. Secondo Wood Mackenzie, il Brent potrebbe avvicinarsi ai 200 dollari al barile, mentre diesel e jet fuel potrebbero avvicinarsi ai 300 dollari nei principali hub di raffinazione. L’economia globale potrebbe contrarsi dello 0,4% nel 2026, segnando la terza recessione mondiale del secolo.
A farne maggiormente le spese sarebbe il Medio Oriente, con un Pil in calo del 10,7% nel 2026. L’Ue27 perderebbe invece l’1,5% del Pil nel 2026 e un ulteriore 0,5% nel 2027. Negli Stati Uniti la crescita resterebbe sotto l’1%, mentre la Cina rallenterebbe al 3%.
Gnl sotto pressione fino al 2030
Secondo il report, anche il mercato globale del Gnl entrerebbe in una fase di forte tensione. Perfino nello scenario più favorevole il mercato resterebbe sotto pressione fino al 2027. Nello scenario peggiore, parte degli attuali 85 Mtpa di export di Gnl del Golfo potrebbe andare persa in modo permanente, mentre circa 75 Mtpa di nuova capacità rischierebbero ritardi pluriennali.
Più elettrificazione, meno petrolio
Per Wood Mackenzie, una crisi prolungata accelererebbe anche cambiamenti strutturali nel sistema energetico globale. Europa e Asia potrebbero intensificare elettrificazione, rinnovabili e strategie per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi importati. Parallelamente, grandi esportatori alternativi al Golfo — come gli Stati Uniti nel Gnl — beneficerebbero della crescente domanda di diversificazione delle forniture.
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