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Hezbollah stretto d’assedio. Israele continua con i raid

Come se nulla fosse. Mentre il mondo aspetta con il fiato sospeso l’accordo di pace tra gli Stati Uniti e l’Iran, Israele va avanti per la sua strada, rivendicando ogni singolo giorno il suo diritto vitale di continuare a considerare la sua guerra contro Hezbollah, aggressivo proxy iraniano, una partita diversa da quella giocata con la fretta di chi deve incassare resto un risultato da monetizzare in termini elettorali da Donald Trump. In realtà i rapporti tra i due alleati storici, Gerusalemme e Washington, sono ai minimi storici, perché sono differenti gli obiettivi in questo scorcio di guerra: per Trump conta mettere all’incasso il ruolo di pacificatore della regione senza andare troppo per il sottile, per Benjamin Netanyahu è fondamentale proseguire a tempo indeterminato il conflitto con i suoi vicini ostili, con i quali ogni compromesso, ogni cosa differente dal perseguimento di un annientamento totale è vietato dalla storia, dall’identità, dalla stessa ragione di esistere di Israele.

Così ieri sono andati avanti gli attacchi dell’Idf contro la parte sud del Libano in cui si annidano i centri nevralgici della milizia sciita e islamista. L’esercito israeliano afferma di aver colpito, soltanto ieri, una settantina di siti legati a Hezbollah: obiettivi considerati

strategici da Gerusalemme come lanciarazzi, edifici utilizzati dal gruppo sciita come base per sferrare gli attacchi di risposta allo stesso Idf. Cinque persone sono rimaste uccise in differenti attacchi: una è il sindaco di Al-Rayhan Ali Badie, gli altri sono stati uccisi in rai aerei a Maarakeh, nel distretto di Tiro, e a Deir al-Zahrani, nel distretto di Nabatieh. Diverse persone sono rimaste ferite in un raid che ha colpito Zayyata, una località libanese a sud di Sidone, e tra esse un soldato dell’esercito regolare libanese, colpito lungo la strada che collega Kfar Remane e Nabatieh dopo esser scampato a un primo attacco da parte dello stesso velivolo senza pilota. Il militare versa in gravi condizioni. Sette presunti miliziani di Hezbollah sono stati uccisi nei giorni scorsi nel Libano meridionale durante un’operazione condotta dalle forze israeliane contro un tunnel utilizzato dal gruppo sciita filo-iraniano. Le forze armate di Beirut hanno anche ritirato le loro truppe dalla caserma di Kfar Tebnit in seguito all’avanzata delle truppe israeliane. Più flebile ieri la controffensiva di Hezbollah, che si è limitato a lanciare droni su un’area del sud del Libano in cui operano truppe israeliane e sulla località israeliana di Margaliot, dove sono suonate le sirene di allarme. L’esercito israeliano ha intercettato gran parte

dei droni e ha assicurato che «non sono stati riportati feriti».

Ieri padre Eid Bou Rached, sacerdote maronita dell’eparchia maronita di Sidone ha raccontato a «Vatican News», la paura e l’angoscia provata nel corso del violento bombardamento israeliano di giovedì scorso. «Il missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono stati morti. È stato davvero un miracolo». In quel lungo minuto, due autovetture che percorrevano la strada cittadina sono saltate in aria e gli occupanti morti sul colpo. «Le auto erano imbottigliate nel traffico cittadino e in giro c’era tanta gente, poteva essere una strage». «Noi, qui, ora diciamo che la morte è diventata la vicina delle nostre case.

Ad esempio, pochi giorni fa, la comunità cristiana ha pianto il decesso di un colonnello dell’esercito libanese ucciso nella strada che da Sidone porta a Tiro durante un bombardamento israeliano. Ha lasciato la moglie ed un figlio di cinque anni».


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