Haiti, la nazionale senza terra: “Siamo qui per dare un po’ di felicità al nostro popolo”
ATLANTIC CITY – Atlantic City è una Las Vegas che non ce l’ha fatta ma per Haiti, la nazionale senza terra, va benissimo lo stesso: qui non ha l’obbligo di essere un’isola né, soprattutto, di essere isolata, divide un paio dei trenta piani dello Sheraton (uno dei pochi albergoni senza casinò: c’è almeno isolamento dalle tentazioni) con centinaia di altri ospiti e se capita i giocatori si fanno due passi sul boardwalk, la passeggiata a mare che è l’unico genere di glamour sopravvissuto al decadimento della città, oppure vanno a mangiare un boccone da Gouté Créole, il ristorante haitiano a mezzo miglio dall’hotel, gestito da due fratelli che hanno lasciato casa loro una ventina d’anni fa, come migliaia di connazionali in fuga da un paese devastato da ogni tipo di disgrazia: terremoti, uragani, epidemie, colpi di stato (sette in cinquant’anni, di cui quattro riusciti) e soprattutto violenza, scatenata dalle gang che si stanno spartendo una nazione che non ha capo di stato dal 2021, quando il presidente in carica venne assassinato, e aspetta ancora che si tengano le elezioni rinviate dal 2019.


Haiti, nel 2021 l’ultima partita giocata in casa
In tutto questo, le imprese dei Grenadiers (i Granatieri) stanno rappresentando l’unica fonte di sollievo per questa popolazione martoriata, poverissima (la più povera dell’emisfero nord), sfinita e profondamente innamorata del calcio: neanche nei giorni più tremendi nelle strade si è smesso di giocarlo, anche se l’ultima partita che la nazionale ha potuto disputare in casa risale al 2021, ovvero alla sconfitta con il Canada che costò la qualificazione alla Coppa del Mondo in Qatar.
Ce l’hanno invece fatta questa volta, anche se lo stadio nazionale nel 2024 è stato occupato dalla bande (e usato come ospedale da campo ai tempi del terremoto, venne anche Messi in visita) giocando le partite casalinghe tra Bermuda, Aruba e Curaçao, mentre Haiti tifava davanti ai maxischermi, almeno fino a quando la corrente elettrica reggeva.
Nella gara d’esordio nelle qualificazioni, a Bermuda, c’erano 88 spettatori. Stasera a Filadelfia ce ne saranno invece più di 68 mila, per la maggior parte brasiliani, anche se la comunità di Haiti della zona si sta mobilitando, benché la più numerosa sia in Florida. Ad Atlantic City il punto di ritrovo è il Gouté Créole, quasi di fronte ai monumentali edifici del Caesars, l’hotel casinò che è il parente povero del suo gemello di Las Vegas: le pacchianerie scintillanti del Nevada qui sono scolorite in un’atmosfera generale di decadenza (la sincity ha portato via da qui anche le finali di Miss America, che si erano svolte ad Atlantic City per decenni), ma agli haitiani questo importa poco.

Il menù del dopo Brasile
Dicono che i casinò non li stiano frequentando (e se li frequentassero, nessuno lo direbbe in giro), ma li si vede passeggiare lungo la boardwalk, fare shopping nell’outlet cittadino che si sviluppa proprio davanti allo Sheraton e mangiare un boccone da Jacky, che è il titolare del Gouté Créole e in questi giorni è indaffaratissimo. Qualche settimana prima che cominciasse la Coppa del Mondo è stato contattato dalla federcalcio haitiana per dare un supporto alimentare, cioè portare ogni tanto qualche piatto tipico allo Sheraton, ma il grosso del lavoro ce lo avrà oggi perché dopo la partita con il Brasile (Filadelfia è a un’ora di autobus da Atlantic City) tutta la delegazione andrà a cena da lui.


Menu tipico: pesce e carne (maiale, pollo, manzo) fritti, ma non impanati, come invece si usa negli Stati Uniti, o in salsa, cioè cotti in un sugo di fagioli oppure piccante a base di pomodoro e peperoncino. Di contorno, riso bianco, insalata e frittelle di platano. Da bere, succo di passion fruit. Jacky sarà al Lincoln Financial Field ma non potrà guardarsi la partita intera, perché dovrà rientrare dopo il primo tempo per i preparativi. Ma per il paese questo e altro.

Il ct Migné: “Occasione per dare un po’ di felicità”
I giocatori sanno di rappresentare una causa superiore. “Giochiamo per portare nel mondo un’immagine diversa di Haiti”, dice Ricardo Adé, difensore che gioca in Bolivia. “Possiamo dare un po’ di speranza alla nostra gente, quando ci siamo qualificati per qualche giorno hanno dimenticato la miseria” aggiunge Carlens Arcus, terzino destro dell’Angers, Francia: è uno dei dieci elementi della rosa nato ad Haiti, dove però non torna dal 2019. Per il ct Sebastien Migné, francese, che in carriera ha già lavorato in sei nazionali (Oman, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica del Congo, Togo, Kenya e Guinea Equatoriale), “questa è l’occasione per dare un po’ di felicità al nostro popolo”.
Lui non è mai stato ad Haiti, sarebbe stato troppo pericoloso: “Per il lavoro ci siamo organizzati lo stesso, mi appoggio al mio staff haitiano, vedo le partite di campionato sulle piattaforme specializzate. Ma non è la stessa cosa. Vorrei seguire da vicino le nazionali giovanili e soprattutto respirare l’atmosfera del paese, viverlo, capirlo a fondo. Spero un giorno di poterlo fare”.

I parenti dei giocatori sono riusciti ad ottenere i visti
Chissà se qualcosa del futuro di Haiti potrà passare per questa Coppa del Mondo, chissà se un haitiano potrà smettere di doversi sentire a casa in un ristorante lontano da casa. I parenti dei giocatori sono riusciti in buona parte a ottenere i visti per venire a vedere le partite, che sembrava che inizialmente venissero negati, però dall’isola sono ovviamente arrivati in pochissimi. Ma quelli sul suolo americano si stanno mobilitando, anche se a Filadelfia, sulla famosa scalinata di Rocky (c’è anche la sua statua) che chissà perché è diventata il luogo di ritrovo dei tifosi di tutto il mondo, il rapporto tra brasiliani e haitiani è di 100 a 1, a stare stretti. Però importa poco: certe volte basta esserci, con l’orgoglio di non volersi far cancellare.
Source link




