Marche

«Ha ucciso la moglie avvelenandola». Tra i testimoni citata pure la sindaca

FABRIANO – Prima si era sentito male lui, poi lei. Accusavano entrambi i sintomi di un avvelenamento, tanto da rendere necessario il ricovero d’urgenza. Il 90enne Vincenzo Profili, figlio del medico, partigiano ed eroe della Resistenza Engles, era uscito dall’ospedale intitolato a suo padre dopo quasi due mesi di ricovero e alcuni giorni passati in Rianimazione. La moglie, l’81enne Daniela Chiorri, ex insegnante, non era sopravvissuta, spegnendosi il 25 maggio del 2023.

Il composto

Per la procura, una morte attribuibile al marito: sarebbe stato lui, medico di lungo corso, a somministrarle volontariamente il nitrito di sodio tra i farmaci. Ieri, davanti alla Corte d’Assise, si è aperto il processo nei confronti del 90enne, assente in aula e difeso dagli avvocati Gianni Marasca e Carlo Angelici. Deve rispondere di omicidio volontario. Tre le aggravanti: premeditazione, legame di parentela e minorata difesa della vittima. All’epoca dei fatti era gravemente malata e assumeva costantemente farmaci. Le parti hanno depositato la lista dei testimoni. I difensori hanno citato anche la sindaca Daniela Ghergo per riferire sul segno lasciato da Profili, costantemente impegnato nel sociale, nella cittadinanza. Il dibattimento entrerà nel vivo il 17 marzo, il 31 lo scontro dei consulenti in aula: da una parte Mauro Pesaresi per la procura, dall’altra Raffaele Giorgetti per l’imputato. Al centro, il nodo dell’intossicazione come causa del decesso.

Una correlazione smentita dalla difesa, considerando che lo stesso Profili era arrivato all’ospedale con un livello di metaemoglobina pari al 30%. Meno di un terzo quello rilevato nel sangue della consorte, al di sotto del limite di tossicità e, sempre per la difesa, valore compatibile per un fumatore. Per lei nessun familiare si è costituto parte civile. Il giorno in cui la 81enne si è sentita male, il marito era già ricoverato: come avrebbe fatto a ucciderla? Un particolare su cui puntano i difensori.

La ricostruzione

Altra la versione della procura e dei carabinieri. Agli atti, c’è la segnalazione di un tecnico informatico che aveva riferito di aver visto in casa dei coniugi una boccetta etichettata “nitrito”, mai ritrovata. Per l’accusa sarebbe indicativa anche una lettera scritta dall’indagato al medico di base: «Ho trovato un modo per far terminare le malattie di mia moglie» il senso delle parole. Sotto i riflettori del pm, pure alcune ricerche online effettuate da Profili sulle sostanze tossiche che, in quanto medico, avrebbe saputo maneggiare facilmente.




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