Cultura

Gus Van Sant e l’anomalia di una carriera che non ha mai voluto spiegarsi

Parlare dei quarant’anni di carriera di Gus Van Sant rischia quasi di essere fuorviante. Non è che manchino i titoli, i premi o le svolte decisive, ma in fin dei conti la sua filmografia ha sempre fluttuato in direzione opposta rispetto a ciò che l’industria – e spesso anche la critica – si aspetta da un autore “coerente”. Van Sant non ha mai costruito un percorso lineare, né una poetica facilmente riassumibile. Ha attraversato il cinema indipendente americano, Hollywood, la sperimentazione radicale e il ritorno al racconto classico senza mai fermarsi davvero in uno di questi territori. Ma non è proprio questa irregolarità a rendere ancora interessante la sua voce oggi?

Nell’intervista che accompagna l’uscita di Dead Man’s Wire, Van Sant non parla come un regista che guarda indietro per fare bilanci o rivendicare un’eredità. Anzi, il suo racconto sembra quasi rifiutare l’idea stessa di una carriera pensata come progetto. Lo dice esplicitamente quando alle domande di Variety afferma: “Non ho mai avuto davvero un piano. Ho semplicemente seguito ciò che, di volta in volta, riusciva a incuriosirmi.” Una dichiarazione che, messa accanto a quarant’anni di cinema, suona quasi come una presa di distanza dall’idea stessa di autorialità programmata. In un’epoca in cui agli autori viene chiesto di definire continuamente la propria identità, Van Sant sembra rivendicare l’opposto: non chiarire, non fissare, non spiegarsi.

Quando parla di Dead Man’s Wire, il suo approccio resta sorprendentemente anti-retorico. Racconta di non conoscere affatto la storia vera alla base del film prima di leggere la sceneggiatura, e di esserne stato colpito non per la sua importanza storica, ma per il suo carattere anomalo. “Era semplicemente una storia strana”, spiega, aggiungendo che non c’era nessuna intenzione di fare un film “definitivo” o di ritorno in grande stile. È una posizione che dice molto del suo modo di lavorare, quello che abbiamo imparato ad apprezzare (o disprezzare). Van Sant non parla di urgenza artistica o di messaggi da trasmettere, ma di curiosità. E lo ribadisce anche con una certa schietezza: “Non penso davvero in termini di eredità. Penso piuttosto a ciò che, di volta in volta, riesce ad attirare la mia attenzione.” Dead Man’s Wire diventa così un pretesto e non un manifesto, quindi un modo per tornare a lavorare su personaggi, tensione, mediazione tra realtà e rappresentazione, senza caricare il film di un peso simbolico che non sembra interessargli.

Milk (2008) – Focus Features

Guardando indietro alla sua carriera, questa attitudine non è che debba sorprenderci più di tanto. Van Sant è il regista di Drugstore Cowboy e My Own Private Idaho, ma anche di Will Hunting, capace di muoversi tra cinema indipendente e mainstream senza mai chiedere il permesso. È l’autore che ha vinto la Palma d’Oro con Elephant, e lo stesso che ha realizzato un remake shot-by-shot di Psycho (in cui forse ha scommesso un po’ troppo), gesto che ancora oggi divide e spiazza. Ogni volta che sembrava aver trovato una collocazione, Van Sant l’ha rimessa in discussione, quasi a soddisfare l’esigenza di non stare mai dove ci si aspettava di trovarlo: basti pensare anche a Milk.

Ed è qui che il suo percorso entra in contrasto con il presente. Oggi il cinema, soprattutto quello d’autore, è sempre più chiamato a essere riconoscibile, spendibile, leggibile. Gli autori diventano brand, le carriere devono avere una traiettoria chiara, i fallimenti vengono rimossi o giustificati. Van Sant, invece, ha sempre accettato l’idea di un cinema irregolare, fatto anche di deviazioni, tentativi non riusciti, opere che parlano più all’autore stesso che al pubblico. Anche quando racconta il suo modo di stare sul set, evita ogni mitologia del controllo. Nell’intervista spiega che ama lavorare in modo collaborativo, lasciando spazio agli attori e accettando i limiti produttivi come parte del processo: “A volte sono proprio i limiti ad aiutarti a concentrarti su ciò che conta davvero.”

Ecco, forse è per questo che parlare oggi di Gus Van Sant ha senso, al di là dell’anniversario. Non perché rappresenti un modello da imitare, ma perché mette in crisi un’idea dominante di autore come figura coerente. In un panorama in cui ogni regista deve dire chi è e cosa rappresenta, Van Sant continua a fare film senza sentirsi obbligato a fornire risposte definitive. Dopo quarant’anni di cinema, può anche permetterselo…


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