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Gli Usa e l’eliminazione fisica come unica soluzione politica

L’analisi del rischio intrinseco alla presidenza degli Stati Uniti richiede un distacco metodologico che separi la percezione emotiva dei recenti eventi dalla fredda statistica storica e sociologica. Se osserviamo i numeri, l’affermazione che essere l’inquilino della Casa Bianca rappresenti il mestiere più pericoloso del Paese non è affatto un’iperbole provocatoria, ma una realtà statistica. Storicamente, circa il 9% dei presidenti americani è stato assassinato in carica e oltre il 30% è stato oggetto di tentativi di omicidio più o meno ravvicinati. In un confronto proporzionale, queste percentuali superano di ordini di grandezza i tassi di mortalità dei taglialegna e dei pescatori d’altura, le due categorie professionali più rischiose negli stati Uniti, e persino le probabilità di incidente fatale per gli astronauti del programma Apollo, che pure operavano in un ambiente tecnicamente ostile. La figura del presidente non è solo un bersaglio politico, ma un catalizzatore di pulsioni escatologiche e violente radicate in una nazione che conta centinaia di “mass shooting” ogni anno e che, nonostante una recente flessione nei dati generali sulla criminalità nel primo trimestre del 2026, mantiene una familiarità sistemica con l’uso delle armi.

Tuttavia, il caso di Donald Trump introduce una variabile che eccede la consueta pericolosità della carica. La frequenza dei tentativi di attentato che lo hanno coinvolto suggerisce che non siamo in presenza di una semplice escalation della violenza endemica, ma di una personalizzazione del rischio senza precedenti. La polarizzazione sociale, che ha trasformato la dialettica politica in uno scontro esistenziale tra bene e male, agisce come un moltiplicatore di minacce. In questo contesto, la narrazione mediatica e politica, sia interna sia internazionale, ha spesso rimosso Trump dal perimetro della legittima opposizione per collocarlo in quello della “minaccia alla civiltà”. Questa trasformazione ontologica dell’avversario in nemico assoluto produce un effetto paradossale: l’atto violento smette di essere percepito dal radicalizzato come un crimine e inizia a essere vissuto come una forma di resistenza morale oppure ancora come una missione di salvataggio collettivo.

L’uccisione di figure come Charlie Kirk nel settembre 2025 ha ulteriormente confermato che questo clima di “nobilitazione del tirannicidio” tanto da poter affermare che la violenza politica ha varcato la soglia della retorica per farsi prassi. Se il sistema americano ha sempre convissuto con la violenza politica, si pensi ai Kennedy e a King, la situazione attuale si distingue per la velocità con cui la pressione mediatica e l’odio digitale saturano lo spazio pubblico, eliminando le zone grigie e lasciando l’individuo solo di fronte alla propria convinzione di dover agire contro “l’uomo più pericoloso del mondo”.

In tale scenario, la sicurezza fisica del leader diventa un obiettivo sempre più difficile da garantire, poiché la minaccia non proviene solo da gruppi organizzati, ma da una diffusa e disorganica convinzione che l’eliminazione fisica sia l’unica soluzione politica percorribile. Ne deriva che la pericolosità del mestiere presidenziale, oggi, non è più solo il risultato di un’esposizione pubblica estrema, ma l’esito di una società che ha smesso di condividere un linguaggio comune.


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