Gelli, D’Amato e il PD: un diario satirico sull’Italia che non cambia
In un Paese dove tutto va a commedia, niente di meglio che affidare il nodo delle inquietudini contemporanee alle proprie Pagine di diario.
Aprile 2009. “Licio Gelli è in tv ed esalta il fascismo. Dell’Utri rivaluta Mussolini. Giampaolo Pansa scrive libri contro i partigiani. Il governo Berlusconi difende i picchiatori fascisti di Piazza Navona. Tutti assolti i responsabili della tonnara alla Diaz. A Milano permessa una convention di neonazisti. A Roma decine di raid razzisti. I medici devono denunciare i clandestini. Istituite le ronde. Tempi bui. Anzi, a scanso di equivoci: heil Hitler!”
Licio Gelli, maestro venerabile della loggia P2, nonché autore dell’eversivo Piano di Rinascita Democratica, all’epoca risultava solo condannato a 10 anni di carcere per il depistaggio sulla strage di Bologna e a 12 anni per la bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano; poi fu scarcerato per “gravissime condizioni di salute” che non gli impedivano di condurre un programma su Odeon Tv (“Venerabile Italia”), dove, tra l’altro, indicò in Silvio Berlusconi, tessera P2 n. 1816, “l’unico” che poteva portare avanti l’attuazione del Piano piduista. Solo nel 2023 le motivazioni di una sentenza (processo Bellini) individuarono in Gelli il mandante e finanziatore della strage di Bologna. Nella ricostruzione della Corte d’assise di Bologna, l’organizzatore della strage fu Federico Umberto D’Amato, mentre il denaro utilizzato da Licio Gelli per finanziare la strage proveniva da fondi sottratti al Banco Ambrosiano. Le due grandi inchieste degli anni 80, quindi, in realtà erano collegate da questi figli di buonadonna. Così potenti che la loro responsabilità nella strage fu accertata rispettivamente 7 e 27 anni dopo la loro morte. Non furono condannati poiché deceduti. Il vecchio trucco.
Nel cosiddetto “documento Bologna”, trovato tra le carte di Gelli, compare una somma di 850.000 dollari associata alla sigla/nome in codice “Zaff”, cioè “Zafferano”, che le indagini hanno ricondotto a D’Amato. Perché Zafferano? Perché D’Amato non era stato solo il capo dell’Ufficio Affari Riservati, una struttura del Ministero dell’Interno incaricata di raccogliere e gestire informazioni politiche e di sicurezza; non solo aveva una rete di rapporti con l’intelligence occidentale; non solo era affiliato alla P2; non solo apparteneva al livello organizzativo superiore che orchestrò l’attentato alla stazione di Bologna; ma era anche il critico gastronomico dell’Espresso. Assume tutta un’altra luce la sua passione per i piatti flambé.
Nel 2009, due anni dopo che un comico aveva definito la creazione del PD “un’inevitabile stronzata”, D’Alema ammise che il PD era “un amalgama mal riuscito”. Il PD era nato da un parto frettoloso, deciso dall’alto, dopo gli insuccessi alle amministrative: lo ricordò sull’Espresso Michele Salvati, uno dei fondatori. Come leader scelsero Veltroni, che tornò dall’Africa e accettò. Poi fecero le primarie a vincitore praticamente già deciso, grande mobilitazione popolare, c’erano anche i Dik Dik, e Veltroni venne eletto. Salvati confessò all’Espresso che i candidati (gli altri due erano Enrico Letta e Rosy Bindi) avevano programmi praticamente identici. Dopo l’elezione plebiscitaria di Veltroni venne inaugurato il Loft, la nuova sede del PD. Di notte, qualche scontento scrisse sul muro con l’urina “Abbasso Veltroni”. Fanno le analisi. L’urina era di Enrico Letta. Ma la calligrafia era di Rosy Bindi.
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