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Gaza regredita di 80 anni, persi decenni di investimenti

Due anni di bombardamenti israeliani hanno riportato indietro Gaza di quasi 80 anni. La distruzione della sanità, del sistema scolastico e delle infrastrutture, lo sfollamento di 2 milioni di persone e l’uccisione di altre 73mila sono alcuni dei tasselli di uno scenario catastrofico, che ha fatto regredire il livello di sviluppo umano con una rapidità senza precedenti. E ha cancellato con un colpo di spugna decenni di investimenti. Ci vorranno intere generazioni per ricomporre il tessuto sociale e, sul piano economico, saranno necessari almeno 71,4 miliardi di dollari in dieci anni per la ricostruzione della Striscia. È il quadro dipinto da un report realizzato da Oxfam in collaborazione con il Palestine Economic Policy Research Institute (MAS) e il Palestine Trade Centre (PalTrade) e diffuso nell’ambito della campagna ©Palestina, tutti i diritti riservati, che l’organizzazione umanitaria ha lanciato nelle scorse settimane per per ripotare al centro del dibattito pubblico l’importanza dell’autodeterminazione della popolazione di Gaza e della Cisgiordania (QUI IL LINK PER ADERIRE).

Lo studio analizza l’impatto reale della guerra incrociando i dati del Rapid Damage and Needs Assessment (RDNA) condotto da Banca Mondiale, Ue e Onu nell’aprile del 2026 con statistiche fornite da diversi organismi palestinesi, e non si limita a una stima dei danni ma ne descrive l’impatto e che questi hanno sulla società e sulla vita quotidiana delle famiglie. La distruzione diffusa e le macerie lasciate dai bombardamenti, ad esempio, hanno aumentato le barriere architettoniche per le persone con disabilità, che in questo modo sono condannate all’isolamento. A Gaza oltre 50mila persone necessitano attualmente di riabilitazione a lungo termine e si stima che l’83% delle persone con disabilità non possa fare affidamento su una qualche forma di assistenza. Molti di loro vivono in tende o rifugi costruiti per ospitare 2mila persone ma che arrivano a contenerne anche 20mila. Nei campi un unico bagno può essere condiviso anche da 650 persone. Negli ospedali la carenza di anestetici e antidolorifici ha delle conseguenze drammatiche sulla salute materna e neonatale, con donne spesso costrette a partorire senza l’ausilio di farmaci. Donne che non hanno un’occupazione e quindi indipendenza economica (la disoccupazione femminile è al 92%, quella maschile all’80%) e sulle quali oggi ricade tutto il lavoro di cura non retribuito. Questo significa mettersi in fila all’alba ogni giorno per procurarsi l’acqua potabile, cucinare su fuochi a legna o bruciando rifiuti, assistere i figli, i feriti e le persone mutilate. Inoltre la distruzione di case e lo sfollamento forzato ha sfaldato le reti familiari e di quartiere che potevano dare supporto.

Un capitolo è poi dedicato al cosiddetto “scolasticidio”, che ha gravemente compromesso o ridotto in macerie scuole, università, biblioteche, archivi e centri di ricerca. Migliaia di professori, insegnanti e ricercatori palestinesi sono stati uccisi e molto materiale è andato distrutto per sempre. Il rischio evidenziato è quello di avere una “generazione perduta“, che ha subito una lunga interruzione nel proprio percorso di studi. Senza considerare la salute mentale dei più giovani, pregiudicata da 2 anni di violenze e bombardamenti. Il rapporto – commenta portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia, Paolo Pezzati – mostra come i costi non siano solo economici, perché questa guerra ha cancellato ciò che nessuna valutazione dei danni può quantificare: il sistema di istruzione e culturale, di assistenza pubblica a qualsiasi livello. Inoltre ha inquinato l’ambiente, ha disgregato qualsiasi legame comunitario e tessuto sociale Questi dati presentano un quadro che non è frutto del destino. Sono l’occupazione e il blocco illegali da parte di Israele, insieme all’impunità di cui gode, a produrre lo stesso risultato, guerra dopo guerra. Gli stati, inclusa l’Italia, che hanno armato, coperto direttamente o indirettamente la distruzione di Gaza da parte di Israele, hanno precise responsabilità e devono contribuire alla riparazione dei danni”.

Nel dossier, grazie a una serie di consultazioni fatte in tutta la Striscia, viene elaborato un modello di ricostruzione su cinque anni che coinvolge direttamente anche la popolazione palestinese. Un approccio diverso da quello adottato dal Board of Peace, che al contrario non dà voce in capitolo agli attori locali, ma l’unico, secondo gli autori, che può realmente funzionare. Oggi, a sei mesi dalla sua presentazione in diretta mondiale, l’organismo voluto e presieduto da Donald Trump ha fatto ben pochi passi avanti: ha le casse vuote e ha dovuto ridimensionare le ambizioni di ricostruzione annunciare in pompa magna dal genero Jared Kushner, limitandosi a un progetto per un campo profughi a Rafah, nel sud della Striscia. “Qualsiasi piano per la ricostruzione di Gaza è destinato a fallire, indipendentemente dalla cifra che sarà stanziata, se sarà imposto dall’alto senza un coinvolgimento delle istituzioni locali, della società civile e degli attori economici” sottolinea Pezzati. La proposta di Oxfam si fonda non sulla beneficenza, ma sul riconoscimento della titolarità della popolazione a guidare un processo che li tocca da vicino. Viene sottolineata la necessità di rifiutare modelli di governance esterni. Gli oltre 71 miliardi necessari sono una cifra record, considerando che è 7 volte tanto il costo complessivo di tutte le offensive israeliane nella Striscia degli ultimi 20 anni. Del totale, 26,3 miliardi sono necessari solo nei primi 18 mesi. “Per impedire che si ripetano gli stessi errori sarà quindi decisivo il ruolo degli Stati terzi e della comunità internazionale, la pressione che eserciteranno su Israele, dentro e fuori dal Board of Peace”.


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