Cultura

Garbo :: Le interviste di OndaRock


Nato a Milano in pieno fermento urbano e culturale, Garbo, al secolo Renato Abate, non è stato semplicemente un cantautore: è stato un pioniere di un suono italiano che guardava oltre, diretto verso un’Europa elettrica, decadente, sognante. Con l’uscita del suo primo album “A Berlino… va bene” nel 1981, Garbo rappresentò una breccia nella scena nazionale: una voce profonda, atmosfere new wave, reminiscenze glam e un’idea di musica come “fotografia in movimento”. Da quei giorni, ha attraversato decenni, fra lustri di pop elettronico, tentativi coraggiosi di aggiornamento stilistico, scelte indipendenti e tour che hanno lasciato tracce indelebili. Scaviamo nel Garbo uomo e artista: ciò che lo ha spinto a scegliere una strada alternativa, come ha convissuto con l’evoluzione del panorama musicale italiano e quali certezze, tra esperimenti sonori e la tensione per l’autenticità, lo guidano ancora oggi.

Sono davvero onorato di sentirti oggi. Sono entrato in contatto con la tua musica quando avevo 15 anni. Non appartengo alla tua generazione, ma ho avuto la fortuna di crescere con alcune delle tue canzoni. In primis, volevo sapere cosa ti avesse spinto, oramai più di cinquant’anni fa, a diventare un musicista.
Ci sono due motivi principali. Il primo è che sono nato a Milano, una città che ha sempre avuto un ruolo centrale per chi voleva fare musica. Milano ti dava accesso a un mondo che altrove non c’era: case discografiche, ambienti musicali, opportunità che erano molto più difficili da raggiungere fuori dalla città. Il secondo motivo è più personale. Da giovane, come ascoltatore, ho sentito il desiderio di creare qualcosa di mio, di scrivere e comporre. Mi attiravano sonorità più sperimentali e internazionali, lontane dal cantautorato tradizionale italiano. Non cercavo di raccontare storie nei miei testi, ma di scrivere per immagini, come fosse un linguaggio visivo, più vicino alla fotografia e al cinema. In Italia, la musica popolare era quella che chiamavano “musica per tutti”, ma io cercavo qualcosa di diverso. Mi sentivo più vicino ai Roxy Music, Velvet Underground, Lou Reed, Brian Eno, David Bowie. Erano loro a rappresentare un linguaggio che parlava alla mia sensibilità, non solo come ascoltatore, ma anche come futuro produttore musicale. Volevo fare qualcosa che non fosse solo italiano, ma che avesse una dimensione globale. Milano mi permetteva di esplorare questi territori musicali nuovi.

In quel periodo hai avuto anche modo di conoscere Franco Battiato, che ha rappresentato un punto di riferimento importante per tanti artisti. Battiato è stato capace di unire una componente popolare – vendendo milioni di dischi – con un suono assolutamente internazionale, senza mai rinunciare alla sua identità italiana. Cosa pensi di lui, e che tipo di influenza ha avuto su di te, in particolare durante quel periodo?
Per me è stata una fortuna, ma anche un’opportunità casuale. Quando pubblicai il mio primo disco, avevo appena 19 anni, e fui preso sotto contratto dalla EMI, che all’epoca era la casa discografica più potente al mondo. Battiato faceva parte di quella scuderia, ed è stato naturale che mi portasse con sé in tour prima dell’uscita del mio album. In quel periodo stava per lanciare “La voce del padrone”, un momento davvero speciale. Quello che mi ha colpito di più, però, non è stato tanto l’aspetto musicale diretto, quanto l’esperienza di carriera. Ho avuto la possibilità di fare un tour di 70 concerti come “apertura” per lui, ma soprattutto di essere una sorta di mascotte del tour. Viaggiavo con lui, con la sua band, condividevamo ogni momento, e quel periodo è stato davvero formativo. Battiato, oltre a essere un grande artista, era una persona estremamente acuta e raffinata, con una visione lucida e precisa della musica. Quello che mi ha insegnato più di tutto è stato l’approccio alla carriera: rimanere fedeli alla propria visione artistica senza cedere ai compromessi, senza mai seguire scelte commerciali fini a se stesse. Questo è stato un insegnamento che porto con me: non scendere mai a compromessi pur mantenendo la propria indipendenza creativa. Inoltre, Battiato ha avuto il coraggio di unire la sua parte più sperimentale con un suono più diretto, accessibile, quasi “pop”. Non era una contraddizione, ma una scelta consapevole, un modo per portare la sua arte anche a chi non avrebbe mai ascoltato musica d’avanguardia, ma che comunque poteva riconoscere e apprezzare il messaggio. Questa fusione tra la profondità del linguaggio e l’accessibilità lo ha reso unico, e mi ha insegnato che è possibile rimanere coerenti con la propria arte senza snaturarsi.

Come affronti il cambiamento? Hai mai sentito la pressione di rimanere aggiornato, o preferisci seguire la tua direzione, senza farti troppo influenzare dalle mode del momento?

Penso che ci siano sempre fattori esterni che influenzano il nostro lavoro, anche involontariamente. Camminiamo per le strade, vediamo, ascoltiamo e tutto questo ci cambia. Il mondo intorno a noi ci segna, e questo entra nel nostro processo creativo. Ma c’è anche un fattore personale: il mio bisogno di cambiare. Non mi sono mai voluto intrappolare nella routine, nel cliché. Molti colleghi, una volta trovata una formula che funziona, tendono a ripeterla all’infinito. Io mi annoierei mortalmente. La musica per me è viva, non una routine meccanica. Ovviamente, c’è sempre un prezzo da pagare. La libertà creativa ti permette di evolvere, ma la musica è anche un prodotto, e quindi c’è sempre da fare i conti con l’aspetto commerciale. Se non rispetti i cliché che ti hanno dato visibilità, inevitabilmente paghi in termini di popolarità. Ho capito da subito che non sarei mai stato parte del filone della musica popolare nazionale. L’Italia è un paese piuttosto conservatore, e quando proponi qualcosa che esce dai suoi perimetri tradizionali, devi accettare di essere un outsider. Ma, per me, non è mai stato un problema, anzi. È sempre stata una scelta consapevole.

Mi viene in mente, guardando la tua carriera, che tu, in qualche modo, hai avuto una storia parallela a quella di Fausto Rossi, soprattutto nella fase iniziale…

Sì, è vero. Nonostante la mia partecipazione a programmi come quelli di Raffaella Carrà, Pippo Baudo o Mike Buongiorno – eventi enormemente visibili all’epoca – provenivo da un mondo molto diverso. La cosa straordinaria era che riuscivo a portare una musica alternativa, quella che veniva suonata nelle cantine o nei piccoli locali underground, direttamente nel mainstream. Immagina l’impatto che doveva avere per chi suonava nei circuiti più sperimentali vedermi apparire a Sanremo o su un palco come quello di Pippo Baudo. Era un fenomeno raro, soprattutto in quegli anni. Come diceva Piero Pelù, ciò che ho rappresentato è stato dimostrare che anche la musica alternativa potesse arrivare alla “massa”, a un pubblico molto più ampio. Non era tanto ciò che scrivevo, ma dove veniva collocato il mio lavoro, in un contesto che, all’epoca, era fuori dal comune. Pochi, allora, avrebbero immaginato che un artista come Fausto Rossi, con una proposta così sperimentale, potesse apparire in televisione. Era un periodo particolare, in cui succedevano cose che oggi sembrano impensabili. Quello che penso sia stato davvero innovativo è che la musica che proveniva da ambienti così alternativi riuscisse a entrare in spazi mainstream, spingendo i confini e mostrando che anche quella proposta musicale potesse avere un posto in una realtà che sembrava distante da essa.

A proposito di new wave, un’altra formazione che mi viene in mente sono i Krisma

Eravamo molto amici, sia con Cristina che con Maurizio. Ci frequentavamo spesso, scambiandoci idee e progetti. Maurizio aveva un suono che andava oltre la new wave, molto influenzato dalla scena di New York. C’era sicuramente un’impronta teutonica, ma anche una forte componente sperimentale in stile newyorkese. Tanto che, a un certo punto, si trasferirono a New York. Ci incontravamo spesso, perché eravamo pochi in Italia a seguire quelle sonorità. Era naturale passare del tempo insieme, condividendo riflessioni e stimoli creativi. Il loro suono era davvero unico per l’epoca, e si vedeva che c’era una ricerca costante.

E per quanto riguarda altri autori della tua generazione come Andrea Tinenti o Enrico Ruggeri, cosa ne pensi?

Conosco tutti loro da quasi 40 anni. Con Andrea Tinenti ci sentiamo ogni tanto, e ognuno ha cercato di percorrere la propria strada, arricchendola con scelte molto personali. Enrico, per esempio, ha avuto anche grandi successi come autore popolare, come “Il mare d’inverno” per la Bertè. C’è chi lavora più in disparte e chi, come Enrico, è più visibile. Queste sono ancora isole di musica autentica, in mezzo a un panorama che, oggi, è un po’ discutibile. I giovani di oggi sono giustamente scettici sulla genuinità di quello che vedono, ma è bello vedere che, nonostante tutto, c’è ancora spazio per musica che non è solo commerciale, ma che ha un suo spessore e una sua credibilità.

Ci sono dei dischi molto significativi nella tua carriera, come Il Fiume o Manifesto, in cui però dal vivo recuperi solo un paio di brani più celebri. C’è un motivo particolare?

Ne parlavo recentemente con Eugene, il mio compagno di live. Quando si suona dal vivo, bisogna fare delle scelte, soprattutto oggi che i concerti sono diventati molto complessi da organizzare. I costi sono elevati, e per questo è inevitabile fare una sintesi dei brani. Il live deve essere una “sinossi” della mia carriera, dove cerco di accontentare il pubblico con i pezzi più rappresentativi, quelli che la gente si aspetta. Detto ciò, avrei materiale per fare anche quattro o cinque set diversi, con brani più sperimentali e oscuri che mi piacerebbe suonare. Purtroppo, però, la realtà oggi è che i promoter cercano spettacoli più commerciali, quindi diventa difficile trovare spazio per concerti che non seguano questa logica. Inoltre, i costi e le difficoltà organizzative sono aumentati, soprattutto dopo la pandemia, e molti club che prima davano spazio alla musica vera stanno chiudendo o adattandosi a un tipo di offerta più commerciale. Oggi è più complicato suonare nei teatri e nei club, e l’ambiente musicale è molto cambiato rispetto a dieci anni fa.

Nei tuoi album si sente un grande controllo dello studio. È così?

Assolutamente sì. Fin dall’inizio ho sempre seguito ogni aspetto dei miei progetti, a 360 gradi. Non lascio che altri gestiscano la parte creativa solo per comodità. Nell’ultimo album, Nel Vuoto (2023), per esempio, ho seguito ogni fase, dalla produzione del suono all’arrangiamento, fino al mastering. Anche Giovanni Versari, che si è occupato del mastering, mi ha detto che il lavoro era quasi già perfetto, che aveva dovuto fare pochissimo.

Si sente davvero la tua impronta…

Esattamente. Ho sempre voluto essere presente in ogni fase. Lavoro con collaboratori che scelgo personalmente, come Eugene e Roberto Colombo, ma la parte creativa e la visione generale sono sempre sotto il mio controllo. La personalità di un lavoro emerge quando gestisci ogni dettaglio, anche quelli visivi. Ad esempio, per la copertina dell’album, ho fatto una ricerca sui luoghi e ho voluto quella foto in quel posto preciso. Ogni piccolo dettaglio contribuisce a creare l’impronta che è mia.

Per celebrare i 50 anni di carriera, terrai un concerto al Legend di Milano il 4 Dicembre, vero?

Esattamente. Sarà più una festa familiare che una celebrazione formale, con amici di lunga data come Lele Battista e Andy. Vogliamo che sia un momento informale, dove la musica è al centro, ma senza troppi formalismi.

Quindi, un evento più personale…

Sì, abbiamo deciso di mettere a disposizione 10 ingressi gratuiti per ragazzi sotto i 30 anni. Penso sia importante dare opportunità alle nuove generazioni, soprattutto considerando l’alto costo dei biglietti. Vedo tanti giovani che mi chiedono un autografo dopo i concerti, e mi sorprende sempre vedere il loro entusiasmo. È bello che apprezzino la musica per quello che è, non solo perché accompagnano i genitori.

Durante il concerto, suonerai le tracce contenute nel tuo nuovo disco dal vivo intitolato Sulle cose che cambiano, giusto?

Sì, suoneremo i brani di questo lavoro, mescolando materiale storico e pezzi più oscuri, e alcuni dall’ultimo album. Inizierò anche con una sorpresa.

Cos’è questa sorpresa?

L’omaggio all’intelligenza artificiale, ma come supporto alla creatività umana. Il brano è dal mio album Blu del 2002, e non lo canto io, ma una cantante femminile. La sorpresa sta nel fatto che a metà brano, la voce passerà da lei a me. Voglio mostrare che l’intelligenza artificiale può essere potente, ma solo se usata consapevolmente, senza mai sostituire la creatività umana.

Quindi non è una critica all’AI in sé…

Esattamente. L’arte umana è insuperabile. L’AI può amplificare la creatività, come accadde negli anni Settanta con l’elettronica, ma non può mai sostituirla. Se un giovane artista pensa che l’AI possa sostituire il suo talento, è un errore. È meglio usare la tecnologia per amplificare la propria creatività, non per sostituirla.

Negli anni Ottanta, il sintetizzatore ha assunto un significato diverso rispetto alla decade passata…

Esatto. Negli anni Ottanta ci furono sia momenti di grande creatività che di bassa qualità. Alcuni usavano le macchine per sostituire la creatività, ma per me l’elettronica è sempre stata uno strumento per ampliare gli orizzonti. Non bisogna ridurre quel decennio a “musica di plastica”. Ogni periodo ha le sue problematiche, ma anche una grande creatività.

Quindi, la musica non è mai stata solo una questione di tecnologia…

Esattamente. La tecnologia porta innovazione, ma se usata male può appiattire tutto. È come con internet: se non la usiamo bene, diventa una trappola. La musica non è mai solo tecnologia, ma come la usiamo. Se amplifichi la tua creatività con gli strumenti giusti, fai arte. Se la chiudi, fai danno. La creatività è sempre umana, anche con gli strumenti digitali. La tecnologia deve essere un supporto, non un sostituto.

E riguardo al futuro della musica…?

Ho una visione piuttosto cupa. Con l’intelligenza artificiale, possiamo “far rivivere” artisti come Michael Jackson sul palco, riprodurre la loro voce, immagine, e creare musica inedita. Ma questo significa che la figura dell’artista, così come l’abbiamo sempre conosciuta, rischia di sparire. La musica si troverà a fronteggiare una realtà dove tutto può essere riprodotto o ricreato digitalmente.

Il cambiamento riguarda anche i musicisti più giovani, giusto?

Assolutamente. Lo confermava anche Morgan negli anni Novanta, quando cercava di “storicizzarsi”, ma oggi questo non è più possibile. La musica è diventata troppo globalizzata e massificata. Tutto si è appiattito. David Bowie, in una delle sue ultime interviste, parlava di internet come di un “mostro che inghiottirà tutto”, e aveva ragione. Come può un diciottenne con talento riuscire a emergere in un contesto di questo tipo?

Il futuro sembra davvero complicato per un giovane artista…

Oggi non c’è più quello spazio che una volta permetteva ai talenti di fare davvero la differenza. La musica è facilmente raggiungibile da tutti, ma questo appiattisce la qualità. È tutto più accessibile, ma alla fine nessuno riesce a emergere. La musica sta andando in una direzione che, purtroppo, non sembra aprire spazio per l’emotività e l’autenticità che una volta si trovavano. Seppur con tutta la bellezza e le potenzialità, la direzione è per lo più commerciale.

Credi che l’immaginario dei giovani musicisti oggi sia più vuoto rispetto al passato?

Ecco, è proprio così. Con l’immaginario svuotato, è svanito anche il sogno. Quando ero giovane, volevo diventare un artista, scrivere, comporre, fare musica. La mia aspirazione non era “diventare famoso e ricco”. Oggi, purtroppo, quando parlo con i giovani, tanti mi dicono: “Non importa cosa faccio, basta che diventi famoso e ricco”. Ma cos’è il sogno in questo caso? È tutto un apparire, una corsa alla visibilità. Quando vivevo per fare musica, la notorietà era una conseguenza, non lo scopo. Oggi, se mancano le fondamenta sociali e culturali su cui basare i sogni, tutto svanisce anche dal punto di vista emotivo. La passione, l’autenticità, il sogno stesso stanno morendo. Oggi, purtroppo, avere personalità è un difetto. Noi cercavamo la personalità, ed era proprio quella che costruiva il mito.

Se oggi emergessi come artista, pensi che verresti accolto positivamente, in Italia?

Onestamente, credo che non riuscirei nemmeno a “uscire” oggi. E lo stesso vale per artisti come David Bowie, Brian Ferry o gli U2. La discografia li scarterebbe subito. Oggi, se fai qualcosa di troppo originale, troppo personale, ti dicono: “Ma che musica fai?” Sarebbe un “no” immediato. Immagina Frank Sinatra oggi: sarebbe probabilmente relegato a fare piano bar, e magari anche lì difficilmente riuscirebbe a farsi notare. La discografia lo ignorerebbe, e sarebbe solo un altro talento che non entra nel mercato.

Hai parlato del sogno. Secondo te, la tua generazione ha avuto un sogno diverso rispetto a quella di oggi?

Sì, senza dubbio. Ma non sono più sogni legati a una proiezione nel futuro. Con l’età, diventa inevitabile essere più consapevoli che la vita ha un inizio e una fine. Non faccio più progetti con scadenze precise. Però, quando nasci sognatore, lo rimani tutta la vita. Magari i sogni cambiano, sono meno concreti, ma sono parte del tuo DNA, un’esigenza quotidiana, come mangiare o dormire. Il sogno non scompare mai, è radicato dentro di noi, indipendentemente dal nostro percorso.

Renato, ti ringrazio davvero per aver condiviso quest’oretta con me…

Il piacere è stato mio. Abbiamo parlato di tanti argomenti e mi hai fatto domande interessanti, niente di banale. Grazie!

(5 dicembre 2025)

***

Le confessioni di un waver

di Marco Bercella, Silvia Antonini

Renato Abate, in arte Garbo, milanese, è stato uno dei “new waver” di culto degli anni Ottanta, grazie soprattutto al successo della bowiana “A Berlino va bene”. Nel 1984 ha partecipato al Festival di Sanremo con il brano “Radioclima”, aggiudicandosi il Premio della Critica; un anno dopo, ha bissato l’esperienza con “Cose veloci”. Quindi, per tutti gli anni Novanta, ha lavorato “sottotraccia” con etichette minori, senza mai rinunciare alla sua vena sperimentale. L’album “Blu” (2002), prodotto dalla Mescal, lo ha riportato all’attenzione delle cronache musicali. Catturato nei camerini, subito dopo un concerto del 2005 nel quale ha proposto tutti i suoi brani da classifica (da “Radioclima” a “Quanti anni hai?”, passando da “A Berlino…va bene”), un Garbo in gran spolvero anche sul palco ci rilascia un’intervista in cui racconta il sua verità sugli anni 80, ma con lo sguardo attento di chi vive a proprio agio il presente.

Che ne pensi di questo revival imperante, a volte serio a volte ruffiano, degli anni Ottanta?
…e questo è Alberto Camerini in sottofondo… Ma va benissimo, è un amico. Molti lo vedono come revival, probabilmente, molti sparano addosso agli anni Ottanta perché ritenuti di plastica, ma non capisco… Tutti i periodi potrebbero essere definiti “di plastica” perché ogni stagione artistica ha le sue cose vere e le sue cose finte. A mio avviso questo recupero, che coinvolge anche l’immagine e la moda, è figlio di un grande buco nero: se avverti un vuoto, la prima cosa che fai è guardarti alle spalle per capire cosa c’era prima, a monte. Ci deve essere una continuità: io, ad esempio, non mi sento affatto “sparito” e poi “recuperato”, ho sempre proseguito per la mia strada.

Sempre a proposito degli anni Ottanta, si tende a fare d’ogni erba un fascio. Non ti secca trovarti associato a certi luoghi comuni che hanno poco a che vedere con te?
Mi scoccia moltissimo, ma non tanto per me. Perché denotano un bassissimo livello culturale, il non saper compiere dei distinguo. Trovi gente che ti chiede: “Ma non stai facendo più nulla?” E questo solo perché non sei in televisione. Però io mi sono rifiutato di andare a fare della televisione di merda, anche se mi hanno invitato molte volte. Non m’interessa andare a “Music Farm”, non m’interessa fare “Meteore”. Se la tv che mi propongono è questa, a me non va. E’ che purtroppo tanti ascoltatori mettono in relazione il musicista pop e i media, così se non vai in tv per molti non stai facendo niente. Io sono un musicista, non sono Baudo, non sono Bonolis. A me quello che preme è fare i miei dischi e stare a contatto col mio pubblico. Per il resto, tv? Lo giuro: se mi dicessero ancora di fare qualcosa di quel tipo, chiederei 80mila euro. Come diceva Al Capone, ogni uomo ha un suo prezzo.

Parliamo del livello qualitativo della musica con l’avvento di internet. I bassi costi hanno influito negativamente sulla qualità delle produzioni attuali?
Sono sempre le persone che decidono. Il mio ultimo album “Blu” l’ho prodotto da solo nel mio studio. La tecnologia serve, aiuta a realizzare buona musica senza dover scendere a compromessi. Il rovescio della medaglia è che ci sono ragazzetti i quali, solo perché mettono una cassa in quattro, sono convinti di fare musica, ma questo è un altro discorso. La tecnologia dà vantaggi enormi: hai un album pronto, lo metti sul tavolo del discografico che te lo paga, senza doverti sottoporre a quelle interminabili trafile in cui ti imbattevi anni addietro. Si era senza mezzi, la sala d’incisione era costosissima ed eri costretto a recitare la solita frase: “Guarda… ho un’idea… ho dei provini…”. E quando riuscivi a mettere in atto le tue idee senza ingerenze esterne, era un miracolo. Ho molti amici musicisti con ottime idee che girano nel mio studio, ed è molto bello perché così nascono cose interessanti: questa per me è indipendenza. Poi, se qualcuno usa male la tecnologia, può andare a farsi fottere: è purtroppo vero che oggi la la musica la possono fare anche i cretini.

Il “peer to peer”, la musica gratis: le major vedono tutto questo come fumo negli occhi e pure i musicisti non sono molto contenti. Io voglio lanciarti una provocazione: l’artista dovrebbe essere al contrario contento, perché tanta gente è raggiunta dalla sua musica. Cosa ne pensi?
Io sono assolutamente a favore della musica anche online gratis. L’industria discografica ha fallito e deve pagare i propri fallimenti. Io sono contento perché della gente può così avvicinarsi a degli artisti che i media ufficiali non ti vendono, perché non possono permettersi di abbassare l’audience. Non vedrai mai David Sylvian a Sanremo come ospite, insomma. E i pensionati con Sanremo ormai si addormentano, mentre i ragazzini vanno fuori a ballare e vogliono Dj Francesco. Il “peer to peer” è la nuova grande autostrada della musica.

…anche perché così si possono aprire nuovi scenari, e si spera che le case discografiche alla fine se ne accorgano…
Già: il supporto cd è destinato a morire. Nasceranno altri modi con cui cedere la propria musica, sta cambiando il binario della comunicazione.

Ci sono dei dischi che hanno cambiato la tua vita?
Non credo che ci siano dei dischi in particolare. Vedi, da ragazzino non potevo uscire la sera, facevo finta di studiare ma in realtà ascoltavo la radio. La prima volta che ascoltai “Walk On The Wild Side” di Lou Reed avevo 14 anni e dicevo: “Mio Dio, questa roba mi appartiene!”. Qualcosa di atavico ha “incidentato” la mia sensibilità, quelle cose mi appartenevano, e io appartenevo a esse. Quando ho cominciato a fare musica è stato naturale muovermi entro quei territori ormai a me familiari. Per cui ti posso dire, che so, Velvet Underground, Roxy Music, David Bowie, Brian Ferry, Brian Eno, Talking Heads

…un artista italiano a cui ti senti che senti più affine?
Faust’ò, una persona molto complessa, siamo molto amici, ma è come se non fosse mai riuscito a chiudere il cerchio, a completare un pezzo. E’ come se avesse composto solo dei frammenti: un grande talento, comunque. E anche una persona molto dura e spietata, anche con sé stesso, ma molto intelligente. E poi Maurizio dei Krisma, Franco Battiato. Ho iniziato la mia carriera facendogli da supporter in un tour sul finire degli anni Settanta, ero diventato la sua mascotte. Lui pubblicava “La voce del Padrone” e io “A Berlino… va bene”. Poi c’e il compianto Aldo Stellita dei Matia Bazar, dopodiché…

… Morgan?
Beh, è un amico, è giovane e intelligente. Quindi si, ti direi Morgan coi Bluvertigo, ma anche Busta e i Subsonica. Nel mio ultimo disco c’è un testo di Morgan, un pezzo con musiche dei Delta V, e poi c’e stata la collaborazione con Busta, che ha anche ripreso “A Berlino…va bene” nel suo album solista uscito lo scorso anno.

Del tuo nuovo progetto che mi dici?
E’ geniale! Stavolta ho superato me stesso, davvero! E’ un percorso nella mia vita di tutti giorni. Pura elettronica, non c’è nessun elemento fisico, c’è anche del noise, anche se fondamentalmente stiamo parlando di dieci buone canzoni pop.

Le donne e la tua vita privata quanto incidono sui testi?
Molto. Se uno non ama, non sente, e se non sente, non scrive. Magari non scrivo in forma diretta perché la detesto. Non m’ interessa parlare d’amore in senso stretto. L’amore si fa, mentre nelle canzoni rifletti l’amore per la vita, per la gente.

Esiste una scena indipendente oggi? Una cosa memorabile e una da dimenticare della scena che tu hai contribuito a costruire.
Non esiste una scena indipendente, oggi. Noi venivamo dalle cantine e l’indipendente era veramente tale. Quando andai a Sanremo per la prima volta nell”84, ricevetti una valanga di critiche feroci. Poi la gente ha capito. Me l’ha detto anche Piero Pelù: in fondo hai fatto bene, perché hai contribuito a scoperchiare il tombino da cui siamo usciti anche noi. Oggi anche gli indipendenti vanno a braccetto con le multinazionali, non appena si presenta l’occasione per fare soldi. Non siamo più nel 1978…

Quindi oggi una canzone come “A Berlino…va bene” che cosa significa per te, e cosa per il tuo pubblico?
Non mi piace fare della cronaca quando scrivo una canzone, così se un ragazzo di vent’anni sente questo pezzo stasera e va a Berlino in vacanza, si riconosce in questa Berlino, non certo in quella di 25 anni fa. Ho sempre cercato di scrivere testi che andassero bene in qualsiasi momento, che non fossero databili, insomma.

Garbo fra dieci anni come te lo immagini?
Mi vedo un po’ come Peter Gabriel: un signore tranquillo, con la mia compagna. Vorrei essere un buon produttore e magari aiutare qualche giovane musicista dalle buone idee. Vorrei essere un po’ felice e sereno, prima che si approssimi il viale del tramonto.




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