Società

Francesca Mannocchi: «L’ultima volta che ho avuto davvero paura è stato quando un missile è caduto a dieci metri da me. La malattia mi ha fatto rabbia, poi mi ha insegnato a non perdere tempo»

Per la valutazione del rischio si affida a ciò che le raccontano i militari sul campo oppure la sua esperienza di anni le ha sviluppato una sorta di sesto senso?

«Io preferisco avere un’immagine in meno piuttosto che una gamba in meno. È chiaro che nel tempo si matura un certo istinto, un buon senso, ma il mio riferimento principale restano le persone con cui lavoro: il traduttore, il fixer, l’autista. Se mi dicono che oltre un certo checkpoint non andrebbero, per me quello è legge. Non mi impunto, perché loro conoscono quel luogo meglio di chiunque altro e, come me, hanno tutto il desiderio di tornare a casa la sera. Poi certo, ci sono anche i consigli dei militari, ma la bussola vera sono le persone che vivono lì, perché quel paese è il loro. Se mi dicono: «oltre quella linea non si va», anche solo sulla base di una voce o di una segnalazione, io non discuto».

A suo figlio parla del suo lavoro?

«Pietro, che ha dieci anni, è la mia salvezza dal dolore con cui convivo ogni giorno. Però, per esempio, abbiamo mia sorella che è molto più giovane di me, vive ad Amman e lavora come operatrice umanitaria per una ONG internazionale. È venuta in Italia poche settimane fa e un giorno Pietro mi ha detto, parlando del mio lavoro: «Perché tu aiuti le persone?». E io gli ho risposto: «No, mamma non aiuta le persone, mamma le racconta». Mia sorella aiuta invece le persone, perché fa un lavoro concreto: porta cibo a chi ha bisogno, acqua a chi non ce l’ha, cose materiali, immediate. Il lavoro che faccio io è bellissimo, ma può anche essere un lavoro attraversato da un senso di impotenza. E credo che questo sia il punto: bisogna essere molto chiari, sempre, con le persone che incontriamo. Noi non possiamo “salvare” chi raccontiamo. Possiamo raccontarli, ma non possiamo aiutarli».

Da dove è nata l’idea di raccontare in versi la guerra, nel suo ultimo libro Crescere, la guerra?
«Da una spudoratezza della mezza età. No, scherzo: la poesia è sempre con me, da quando sono bambina, è proprio il mio codice. Quando parto per qualsiasi viaggio, che sia di piacere o di lavoro, parto sempre con qualche libro di poesia. Ho deciso di scrivere questo lungo poema, chiamiamolo così, perché erano rimaste tante cose fuori dai racconti giornalistici, ovviamente dai racconti televisivi, erano mie valutazioni, le cose rimaste sui miei diari, e poi perché in virtù della risposta alla domanda di cosa ci salverà, l’idea di una prossimità fisica con il pubblico, di un’esperienza di alcuni video, di alcuni audio, di alcuni racconti che porto in forma di monologo, era un’esperienza che volevo fare io. La condivisione di uno spazio buio con i lettori, con gli spettatori, per vedere l’effetto che fa».


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