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Formula 1, Antonelli campione del mondo dopo Ascari: è il più giovane di sempre


La pole di Hamilton resta comunque la notizia che vale più del risultato. A 41 anni, secondo soltanto a Fernando Alonso per anzianità sulla griglia, il britannico è tornato davanti a tutti sul giro secco: è la sua 105esima pole, la prima con Maranello e la prima dal Gran Premio d’Ungheria del 2023. Viene in mente Mario Andretti, richiamato da Enzo Ferrari al posto di Didier Pironi dopo l’incidente di Hockenheim: nel 1982, a 42 anni e mezzo, conquistò subito la pole a Monza e chiuse terzo.

Al 44esimo giro la Cadillac di Valtteri Bottas è finita contro le barriere della prima curva: prima la Safety Car, poi la bandiera rossa per riparare le protezioni. Bottas è uscito da solo dalla vettura. L’interruzione ha azzerato i distacchi: Antonelli si era appena fermato, Hamilton ha montato le morbide in regime di Safety Car. Alla ripartenza, con venticinque giri da percorrere, Verstappen precedeva le due Ferrari e Antonelli. Questa volta è stato Leclerc a subire: Hamilton ha scelto il momento giusto e lo ha superato con autorità, poi il monegasco ha bloccato le ruote in frenata, ha rovinato una gomma e ha ceduto anche il terzo posto ad Antonelli. Il mondiale sarebbe stato suo anche molto più indietro, ma il ragazzo bolognese non ha voluto rinunciare a festeggiarlo sul podio. «Ce l’abbiamo fatta. Non sarei qui senza la Mercedes e senza la mia famiglia», ha detto via radio. Il trofeo lo riceverà al gala di premiazione della Fia a fine stagione.

Non è stata l’ultima neutralizzazione: al 59esimo giro Arvid Lindblad è finito contro le barriere dopo un contatto con Oscar Piastri, provocando un’altra Safety Car. Alla ripartenza Hamilton è rimasto incollato a Verstappen fino al traguardo, chiudendo a soli 799 millesimi.

Da Tomba a Sinner, l’Italia che tifa per una persona

Nove vittorie nei primi diciotto gran premi gli avevano costruito un vantaggio che Russell, con la stessa macchina, non è riuscito a rimettere in discussione. A settembre Monza lo aveva accolto come un grande campione, dopo la rimonta dal diciannovesimo al primo posto. Per ritrovare un entusiasmo italiano così personale per un atleta in una disciplina individuale si può pensare alla Gran Risa di Alberto Tomba, quattro volte vincitore del gigante in Alta Badia e tre volte dello slalom sul Canalone Miramonti di Madonna di Campiglio: nel 1994, nell’ultima di quelle vittorie in Val Badia, fu accompagnato giù da una folla rumorosa da annali dello sci di tutti i tempi. Oppure, più vicino, basta pensare al Foro Italico del 17 maggio di quest’anno, quando Jannik Sinner ha battuto Casper Ruud e riportato gli Internazionali a un italiano cinquant’anni dopo Adriano Panatta. Sinner e Antonelli sono cresciuti lontano dai centri del loro sport, uno a Sesto, in Alta Pusteria, l’altro in una squadra inglese del Northamptonshire; vincono dove nelle sconfitte non ci si può nascondere dietro a un collettivo dove le responsabilità individuali diminuiscono. Mentre costruivano i rispettivi miti, a titolo di confronto, il 31 marzo la Nazionale di calcio mancava ai rigori contro la Bosnia il terzo Mondiale consecutivo: sedici giorni prima Antonelli aveva vinto a Shanghai il primo Gran Premio di un italiano dopo vent’anni da Giancarlo Fisichella a Sepang del 2006. A chi del pallone si è stufato, insomma, tennis e Formula 1 offrono ora due ragazzi da seguire, infortuni permettendo, per molti anni.

A San Marino amici e famiglia avevano preparato il ritrovo al «solito» Rose’n Bowl senza avvertirlo, per scaramanzia. Sulle magliette arrivate anche in Messico si leggeva «Tanta roba», una delle sue espressioni abituali, e sul retro, prudentemente, «World Match Point». A Imola e nel bolognese a onore di cronaca c’erano i maxischermi: iniziative apprezzabili, ma 73 anni di attesa avrebbero giustificato un appuntamento nazionale.


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