Fontaines D.C. – Dopamine Chamber: Un’iniezione di dopamina :: Le Recensioni di OndaRock
Qualche hater di turno, appena prima della pandemia, aveva prematuramente pronosticato che i Fontaines D.C. non sarebbero arrivati al panettone, aggiungendo che cinque o sei anni dopo la pubblicazione di “Dogrel” in pochi si sarebbero ricordati di loro. Ma la maggior parte di coloro che ascoltarono in tempo reale l’esordio del quintetto di Dublino si accorse immediatamente dell’enorme portata di quelle canzoni, e di avere fra le mani un instant classic, uno di quei dischi destinati a restare. Altrettanto avvenne col successivo “A Hero’s Death” e poi ancora con “Skinty Fia”, segnato da un successo crescente trainato da un paio di singoli dal tiro molto radiofonico, “Roman Holiday” e “Jackie Down The Line”.
Gli spazi destinati a ospitare i loro concerti crescevano a vista d’occhio, ancor più quando l’estetica fluo-rave di “Romance” decretò lo sdoganamento presso un pubblico più vasto, con qualche fan della prima ora pronto però a storcere il naso. Cosa attendersi, quindi, dallo step successivo degli ex-strafottenti dubliners con la fissa per la letteratura? Dai portabandiera del post-post-punk europeo? Grian Chatten e compagnia avrebbero optato per un ritorno alle origini oppure per un’ulteriore “poppizzazione” del sound?
“Dopamine Chamber” riesce a fare piuttosto bene entrambe le cose: i Fontaines D.C. targati 2026 seducono l’ascoltatore attraverso un songwriting accattivante (“Japan” è una di quelle che non riuscirete a togliervi dalla testa), ma fra un inno da stadio e il successivo (una canzone come “Marianne” funzionerà benissimo nella trasposizione live) emergono elementi che si insinuano sottopelle in maniera diabolica: synth scuri, scenari introspettivi, riflessioni sulla morte. “Dopamine Chamber” trova così il non facile equilibrio fra un suono “cupo” di derivazione post-punk e il colore necessario per accendere le grandi arene. Ma il punto focale del discorso, al cospetto dell’enorme hype generato in questi giorni, è provare a spiegare cosa NON sono oggi i Fontaines D.C. e cosa NON è “Dopamine Chamber”.
Tanto per iniziare, diffidate da chi cercherà di vendervi “Dopamine” come un capolavoro assoluto (e ne abbiamo lette in questi giorni di affermazioni simili), prendete con le pinze chi tenderà a sottolineare le influenze di Joy Division, Cure e Depeche Mode. Certo, ascoltando una canzone come “Mimesis”, beh, un parallelo con la scrittura di Martin Gore ci sta tutto, ma i Fontaines D.C. oggi assomigliano anzi tutto a sé stessi. I paragoni con i mostri sacri del passato possono stare in piedi agli esordi del percorso di una band, quando servono riferimenti per incasellare, decodificare e spiegare un fenomeno nuovo. Giunti al quinto album, i Fontaines D.C. hanno sviluppato un suono proprio, divenendo loro stessi termine di paragone per tante altre formazioni che si sono poste in scia cercando di replicarne le gesta, uno dei casi più recenti è rappresentato dai concittadini Gurriers.
In seconda battuta, non lasciatevi convincere da chi decanta lo splendore del duetto con Rosalía, che in realtà rappresenta un’occasione sprecata: non puoi intercettare la disponibilità di Rosalía e farle interpretare una canzone (che con la sua aria spy-retrò appare perfetta per Lana Del Rey) nella quale la superstar catalana sembra una brava cantante qualsiasi. No, Rosalía è molto più di questo, se hai Rosalía devi sfruttare tutto il suo essere donna ispanica, la sua sensualità, la sua capacità di travolgere, e soprattutto la sua voce. Rosalía avrebbe dovuto colorare l’innocua e decorativa “Where Is Gone?” di un’intensità mai udita prima nel canzoniere dei Fontaines D.C., invece ne risulta completamente fagocitata: se hai Rosalía in squadra, non puoi accontentarti di realizzare “soltanto” una discreta canzone.
La grandezza di “Dopamine Chamber”, semmai, risiede altrove, ad esempio nello svolgimento di una “Happy For You” arricchita da squarci pronti a dimostrare come le chitarre siano ancora ben presenti nel songwriting del quintetto irlandese, interrompendo una sequenza di tre tracce (le prime tre del disco, senz’altro riuscite) dominate dai synth. Le chitarre non sono scomparse: le troviamo anche nel prepotente assolo finale del secondo singolo, “Tongue” (la ritmica ricorda “Army Of Me” di Bjork, o sbaglio?), e nella guitar song “Demolition”, il frangente più tagliente del disco, anche se distante anni luce dalle lame meglio affilate di “Hurricane Laughter”, quello sì un brano in grado di far tremare tutto dalle fondamenta.
E’ un buon disco “Dopamine Chamber” (anche se non al livello dei primi tre capitoli del gruppo), ma viene da chiedersi dove siano finiti i ragazzi bohemien di Dublino che vomitavano bile, poesia di strada e urgenza post-punk sul selciato di “Dogrel”. Domanda amara, ma ormai inevitabile, per una parabola discografica che già dal precedente “Romance” pareva aver imboccato la scorciatoia della semplificazione espressiva. Prodotto con impeccabile e distaccata maestria da James Ford, “Dopamine Chamber” attenua la ruvidezza e le nevrosi della band, in favore di un’overdose di sintetizzatori e arpeggi che non sempre funziona come potrebbe. L’iniziale “Six Shot Morning”, ad esempio, parte anche con il piglio giusto, con quell’atmosfera che ci scaraventa indietro nel lato plumbeo degli anni Ottanta, ma bastano pochi passaggi prima che il brano si appiattisca su una struttura circolare priva del pathos che avrebbe dovuto sprigionare. Di nuovo una mezza occasione persa.
I Fontaines D.C. addomesticano il suono, spesso con eccessiva prevedibilità e con rari guizzi davvero rilevanti o per loro inediti, ma confezionano comunque un buon disco, pulito, levigato, perfettamente impacchettato per i grandi festival internazionali, per se un po’ carente di quell’anima spigolosa e di quella disperata urgenza che li avevano resi una delle rock band più importanti della loro generazione. Un peccato veniale? Forse. Ma attenzione: il rischio di scivolare verso l’ordinarietà non è così lontano, anche per una delle pochissime realtà musicali davvero imprescindibili di questo decennio.
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18/10/2026
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