Festival di Spoleto, “Seven ages” è un’esperienza emotiva ipnotica

di Arianna De Angelis Marocco
Un’esperienza emotiva che rende artisti e pubblico parte di una stessa intensa opera. Nel cortile interno della Rocca Albornoziana il tempo sembra sospendersi per questa seconda replica di “Seven Ages” del coreografo tedesco Marco Goecke e del compositore e pianista russo Kirill Richter, danzata, in questa data, da Matteo Miccini, principal dancer primo dello Stuttgart Ballett.
Il pubblico circonda la scena: non esiste una prospettiva privilegiata, ma una moltitudine di punti di vista. Basta spostarsi di pochi passi perché la stessa immagine cambi significato. È già, potenzialmente, una dichiarazione poetica: l’opportunità di abitare una vita spostando il punto di osservazione di uno stesso evento, lasciandosi sorprendere da nuovi dettagli. Al centro della scena due grandi cerchi di legno, uno dentro l’altro. Più che una scenografia, una metafora essenziale del ciclo vitale, del ritorno, dell’eterno movimento tra nascita e fine.
“Seven Ages”, progetto site specific nato dall’incontro tra il compositore Kirill Richter e il coreografo Marco Goecke, ispirato alle sette età dell’uomo di Shakespeare, trova in questo spazio un valore aggiunto. Un luogo portatore di segreti, di albe e di ombre, di storia, di vite spezzate e di nuove destinazioni, che dà la luce giusta, l’intima vicinanza e la stessa democratica opportunità di essere parte dell’opera.
La suite di Richter, eseguita dal vivo dal Richter Trio – con lo stesso Kirill Richter al pianoforte, Jérémie Visseaux al violino e Avgust Krepak al violoncello – è ipnotica, stratificata, complessa. Non accompagna la danza: la genera, la attraversa, ne viene a sua volta trasformata.
Il vocabolario di Marco Goecke è immediatamente riconoscibile nel suo violentare il corpo e l’anima attraverso una ricerca onesta del sentire con il corpo, cucendo un percorso di trasfigurazione e di evoluzione commovente, offrendosi impetuosa al pubblico tra cui c’è anche il direttore artistico Daniele Cipriani, in prima fila ad applaudire questi straordinari artisti.
Ed è forse questo l’aspetto più sorprendente dello spettacolo: la musica non è soltanto suono. Diventa corpo, occhi, respiro. Le mani dei musicisti danno vita agli strumenti con la stessa intensità con cui il danzatore abita il proprio corpo. Ed è un corpo scolpito, vivo. Vene, muscoli, tendini, legamenti: l’anatomia e la fisiologia di un corpo in movimento.
E Richter è Miccini e Miccini è Richter e questo loro lasciarsi invadere restituisce un’opera che resiste a qualunque forma di etichettatura. Un’esperienza che chiede allo spettatore di rinunciare all’interpretazione per affidarsi ai sensi. Non domina la danza, non domina il suono né la scena. È un’armonia di urgenze che si avvicendano o che coabitano all’unisono la scena.
E ad accompagnare verso il tramonto della performance, dall’alto dei balconi cadono petali neri. Scendono lentamente sul pubblico come neve estiva. O forse come frammenti di pelle che siamo costretti ad abbandonare. Il pubblico osserva, raccoglie, chiude gli occhi, perché questa performance, che non classifichiamo dentro confini netti, concede un’esperienza emotiva che rende artisti e pubblico parte di una stessa intensa opera.
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