Toscana

Femminicidio: quando l’amore diventa possesso


Il femminicidio non nasce dall’amore. Nasce dal possesso. Da una cultura antica e feroce in cui la donna viene ancora percepita, da alcuni uomini, come proprietà, territorio, estensione del proprio ego ferito.
Prima della violenza estrema, spesso ci sono segnali: controllo, gelosia ossessiva, isolamento, svalutazione, minacce, ricatti emotivi. Il femminicidio raramente esplode all’improvviso. È spesso l’ultimo atto di una relazione in cui la libertà della donna è stata progressivamente aggredita. 
Quando una donna decide di andarsene, il partner violento non vive la separazione come dolore, ma come perdita di dominio. Non pensa: “La sto perdendo”. Pensa: “Mi sta sfuggendo”. È qui che l’amore viene deformato in pretesa, l’abbandono in offesa narcisistica, la libertà femminile in provocazione.
Dire “l’amava troppo” è pericoloso. Nessuno uccide per troppo amore. Si uccide per incapacità di accettare l’autonomia dell’altra persona.

La prevenzione passa dall’educazione emotiva, dall’ascolto delle vittime, dalla capacità di riconoscere i segnali precoci. Ma passa anche da un cambiamento culturale profondo: insegnare che amare significa lasciare liberi, non trattenere con la paura.
Ogni femminicidio è una sconfitta collettiva. Una voce che non abbiamo ascoltato abbastanza. Una richiesta d’aiuto rimasta sospesa.
E ricordarlo non è cronaca soltanto. È responsabilità.


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