Ex Ilva, l’azienda: “La fermata temporanea conseguenza di vincoli giudiziari e condizioni operative”

Genova. “La fermata temporanea degli impianti di Acciaierie d’Italia è la logica conseguenza di un percorso determinato dai vincoli giudiziari intervenuti a partire dal decreto del 27 luglio emesso dal tribunale di Milano e dalla necessità di gestire la produzione nel rispetto delle scadenze imposte dalla Corte d’Appello di Milano. Ogni possibile strada per scongiurare la fermata è stata percorsa. Il dibattito politico e istituzionale tenga conto dell’intero quadro finanziario, industriale e giudiziario“.
Acciaierie d’Italia, l’azienda che gestisce l’ex Ilva in amministrazione straordinario, affida la sua posizione a una lunga nota stampa, alla vigilia dello sciopero indetto dai sindacati su tutto il territorio nazionale e alla luce delle reazioni allarmate della politica, e non solo, a livello territoriale. Il tutto alla luce dell’imminente stop alla produzione negli stabilimenti siderurgici di Genova e di Novi Ligure.
Nei giorni scorsi, oltre all’annuncio di proteste già per questo lunedì 12 ottobre, sia i sindaci delle due città, Salis e Muliere, sia i vescovi di Genova e Tortona, Tasca e Marini, così come i presidenti delle regioni Liguria e Piemonte, Bucci e Cirio, hanno chiesto che si percorressero tutte le strade possibili per evitare la chiusura, in particolare che si tentasse di alimentare il lavoro con l’acquisto di coils da altre aziende.
Ma Acciaierie d’Italia, con la nota di oggi (che riportiamo integralmente), chiude definitivamente la strada a ipotesi di sopravvivenza dei siti, spiegando anche perché la soluzione dei coils non fosse praticabile. E apre quella a nuove e accese proteste dei lavoratori e sindacati.
“Fin dall’inizio – riporta la nota – prendendo atto che le prescrizioni imposte dal tribunale di Milano non erano realizzabili nei tempi concessi, l’azienda ha lavorato per garantire la continuità produttiva il più a lungo possibile, operando entro il limite dei 90 giorni indicato dalla corte d’appello. In questo quadro, sono stati presentati due ricorsi con l’obiettivo di individuare soluzioni che consentissero di proseguire l’attività. Anche la seconda richiesta, volta a mantenere i forni in riscaldo almeno fino alla pronuncia della corte di Cassazione, è stata respinta lo scorso 5 ottobre. In assenza di ulteriori margini di intervento, l’amministrazione straordinaria ha dovuto assumere una decisione dolorosa, ma inevitabile, nel rispetto delle disposizioni ricevute e dei vincoli che regolano la gestione della procedura“.
“A queste condizioni si aggiunge un elemento determinante sul piano operativo e finanziario. Gli ordini di materie prime necessari alla produzione, se non utilizzabili e trasformabili entro il 25 ottobre, termine ultimo dei 90 giorni, sarebbero rimasti in magazzino senza la possibilità di essere lavorati nei tempi previsti. In una procedura di amministrazione straordinaria, non è possibile impiegare risorse a carico dei creditori della stessa per sostenere l’acquisto e lo stoccaggio di materiali che non possono essere utilizzati nell’ambito della continuità produttiva consentita“.
“La fermata temporanea non riguarda soltanto Taranto. Gli stabilimenti di Novi Ligure e Genova dipendono direttamente dalla produzione di Taranto per l’approvvigionamento di acciaio, non disponendo di un’area a caldo autonoma. La conseguente interruzione delle attività a monte comporterà necessariamente anche la fermata degli impianti a valle“.
“Rispetto alle ipotesi di acquisto di bramme e rotoli prospettate da alcuni amministratori pubblici, occorre considerare i tempi e le condizioni effettive del mercato. L’approvvigionamento di bramme non rappresenta una soluzione immediata: tra l’ordine e la consegna possono trascorrere diversi mesi, senza risolvere nell’immediato le criticità legate alla fermata degli impianti, non dimenticando che le bramme da reperire sul mercato internazionale devono rispondere alla qualità richiesta dai clienti di Adi in AS“.
“Ogni possibile strada per scongiurare la fermata è stata percorsa, attraverso il ricorso agli strumenti giudiziari disponibili e nel tentativo di individuare soluzioni alternative che consentissero di proseguire l’attività produttiva. La fermata temporanea si è resa inevitabile soltanto dopo il mancato accoglimento delle richieste presentate e l’impossibilità di operare oltre i limiti imposti. Resta l’auspicio che, all’esito dell’udienza del 20 ottobre, la corte di Cassazione possa adottare una decisione in grado di evitare la chiusura definitiva degli impianti. È necessario, pertanto, che il dibattito politico e istituzionale tenga conto dell’intero quadro giudiziario, industriale e finanziario nel quale l’Amministrazione Straordinaria è stata chiamata a operare“.