Economia

Ex Ilva, la chiamata di Urso non convince le imprese: ferma la cordata italiana

ROMA – Nessuno in questo momento vuole esporsi con un “no” esplicito. Ma di certo tra le imprese italiane dell’acciaio non si vede la ressa per rispondere all’ultimo appello del ministro delle imprese Adolfo Urso, e mettere sul tavolo un’offerta per l’ex Ilva migliore rispetto a quella dell’indiana Jindal. Cercasi cordata tricolore che limiti il ridimensionamento industriale e occupazionale di quella che fu la più grande acciaieria d’Europa, che gli indiani ridurrebbero da circa 10mila a circa 3.500 occupati. E che eviti al governo Meloni di consegnarla definitivamente in mani straniere, nel momento in cui l’acciaio viene descritto come un pilastro dell’autonomia strategica industriale e militare.

La chiamata alle armi

Solo che quella cordata la si cerca da tempo, più volte evocata nella formula degli “acciaieri del Nord”, ma mai davvero scesa in campo. Dietro a quella che fonti del ministero definiscono «un’ultima chiamata alle armi» c’è una logica. L’idea che la sentenza del tribunale di Milano, decretando di fatto la chiusura degli altiforni di Taranto, abbia tolto di mezzo la patata politicamente bollente, lasciando sul tavolo la parte dell’ex Ilva non inquinante e più appetibile per il mercato, cioè l’area di trasformazione “a freddo” da alimentare con semilavorati (le cosiddette bramme) acquistati sul mercato. Ma nella valutazione degli industriali questa logica è assai meno lineare, per varie ragioni. A Taranto infatti era il gas dell’area a caldo che alimentava anche le lavorazioni a freddo, mentre ora quell’energia andrà acquistata – cara – sul mercato. Senza contare le incognite sui costi di bonifica, o su possibili nuovi interventi della magistratura.

Il no di Arvedi

Domani all’ennesimo tavolo al ministero delle Imprese, riedizione di un identico incontro tenuto lo scorso anno, ci saranno le associazioni datoriali di settore: Confindustria, Federacciai, Federmeccanica. Ma non, a dispetto di quanto annunciato da Urso, le «principali aziende siderurgiche nazionali». Non tutte almeno. Marcegaglia, fino a oggi il principale acquirente del (poco) acciaio che esce da Taranto, si riserva di capire come evolverà il quadro. Mentre un no secco sarebbe arrivato proprio Arvedi, cioè l’operatore che secondo periodiche indiscrezioni dovrebbe essere il perno di un piano di salvataggio italiano, senza area a caldo. Quanto a Eni, teorico partner di quel progetto, ha smentito apertamente un coinvolgimento, se non nel suo usuale ruolo di fornitore di energia.

Tra Urso e Palazzo Chigi

Potrebbe anche, in teoria, essere una tattica negoziale per alzare la posta e ottenere dal governo garanzie legali e maggiore supporto pubblico per gli investimenti necessari. Di certo l’ingresso a Taranto di un potenziale concorrente come Jindal è uno scenario che gli acciaieri italiani eviterebbero volentieri. Nessuno di loro però è disposto a sobbarcarsi l’enorme rischio di un’offerta alternativa. E un po’, da questo punto di vista, conta anche il fatto che dopo mesi di tavoli, annunci e promesse disattese, il ministro Urso non sia più considerato un interlocutore affidabile, mentre Palazzo Chigi, che a un certo punto sembrava volersi intestare il dossier con il sottosegretario Mantovano, non lo abbia fatto fino in fondo.

Il precedente Alitalia

Qui il futuro di Ilva si arricchisce di un’ulteriore incognita: quella elettorale. Dopo la sentenza di Milano, e nonostante Jindal abbia riconfermato la volontà di chiudere con il vecchio perimetro, il governo si è dato tempo fino a settembre per aggiornare il bando di vendita. Se allora, a urne più vicine, fosse la premier Meloni in persona a chiamare alle armi i nostri capitani di industria, in nome dell’italianità, per loro sarebbe ben più difficile non trovare il coraggio necessario. Ma questo scenario stile Alitalia, precedente non di buon auspicio, sarebbe un azzardo anche per il governo. L’ultima tranche del prestito ponte erogato alle Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria dà loro pochi mesi di ossigeno. Ed è l’ultimo concesso dall’Europa. Esauriti quei fondi, senza un salvatore, italiano o straniero che sia, della ex Ilva potrebbe non restare acceso più nulla.


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